Eventi eccezionali e amministrazioni “ordinarie”

La liquefazione del legame sociale è particolarmente evidente nei momenti di emergenza. Il grado medio di tolleranza degli eventi straordinari – soprattutto di origine naturale – è, nelle nostre comunità, assai basso. Eppure parliamo di gruppi sociali di origine contadina, i cui nonni, nell’immediato dopoguerra, lavoravano i campi in modo tradizionale. La grande migrazione dall’Appennino romagnolo al fondovalle si è consumata, dopo la Liberazione, prima che per ragioni prettamente economiche (il boom era lontano e la disoccupazione sicura), per motivazioni socio-culturali: assenza di energia elettrica, precarie forme di riscaldamento, viabilità scarsa e malagevole, scuole remote, protezione sanitaria affidata a pochi medici condotti, nessun cinematografo. I giovani decisero di lasciare i vecchi in montagna e scesero in città (in Romagna giunsero al litorale, fino ad allora scarsamente abitato) per cercare fortuna. E cominciò una nuova storia di lavoro e di sviluppo.

I nipoti di quella generazione, ora ai margini della parabola biologica, pur rivendicando orgogliosamente di essere gli eredi dei “ricostruttori”, hanno dimenticato molto di quel modo di vivere l’asperità del dato naturale: sanno leggere molto meno i “segni” meteorologici, mentre un tempo esistevano orientamenti empirici che aiutavano anche i mezzadri più analfabeti a sopravvivere alle avversità; sono meno disponibili a cooperare nel momento del bisogno; tendono soprattutto a “pubblicizzare” la gestione delle fasi acute e post-acute della straordinarietà. Ho incontrato molte persone – in questi giorni di “grande neve” – i quali affermavano contraddittoriamente: “Mi rendo conto dell’eccezionalità di ciò che ci ha colpiti, però una spalatrice nella mia strada ci voleva”. Essendo il numero dei mezzi un dato discreto, risulta autoevidente che le priorità – in casi appunto di eccezionalità – sono definite da esigenze collettive, quali il ripristino del transito veicolare, necessario anche ai soccorsi e agli approvvigionamenti, la pulizia delle circonvallazioni, ecc. Dunque, se davvero si “comprende”, risulta poi difficile “rivendicare”. Andiamo oltre. Quello che più stupisce è che anche gli anziani, cioè coloro che dovrebbero aver iscritto nella memoria biologica il ricordo di episodi straordinari (non dico il “nevone del ‘29”, quello di Amarcord, ma tanti altri, anni Cinquanta e Sessanta), esigano standard elevati di prestazioni da parte delle amministrazioni e figurino, esattamente al pari dei giovani, fra gli attori pronti a rappresentarsi una città perfettamente funzionante e sicura, nonostante le preoccupanti criticità meteo. Insomma, l’oblio dei casi passati genera il permanere di un’aspettativa sempre alta verso il presente e il futuro, e impedisce di leggere in una chiave comparata l’accaduto: tipo di precipitazione, intensità, durata, temperatura, altri fattori esogeni, ecc. Dovremmo essere pronti a tutto, in grado di affrontare l’emergenza perfettamente addestrati, come i marines americani. E invece le amministrazioni d’impianto burocratico sono costruite per l’ordinario, e mal sopportano l’evento peculiare, in qualsiasi forma esso si manifesti.

Inoltre, nonostante gli avvertimenti della Protezione civile, la specificità dei fenomeni naturali resta ancora un mistero: a distanza di pochi chilometri, possono cadere 30 cm di neve in meno, il che significa strati di manto pressato meno difficili da rimuovere, quindi maggiore rapidità nel ristabilimento della circolazione. E ancora: i piani d’intervento, nei Comuni, sono tarati per affrontare situazioni medie, sulla scorta dei trend decennali, più o meno: le risorse impegnate di solito seguono questa linea prudenziale, magari attenuata da qualche scorta nascosta nel fondo di riserva. Ancora una volta, prevale la tendenza a rendere ordinario lo straordinario. E allora? Allora io toglierei proprio questa competenza al Sindaco, che maneggia sempre male questi delicati congegni tecnici e umani, e la attribuirei, con i relativi finanziamenti, alla Protezione civile: cioè a coloro che, nell’amministrazione pubblica, sono addestrati e pagati per far fronte all’imprevisto estremo. Forse saremmo – come istituzioni – assai più efficienti; e anche i cittadini potrebbero finalmente misurare sulla base di elementi reali e precisamente quantificabili l’efficacia e l’efficienza della reazione “pubblica”. Senza gli inutili strascichi polemici che qualunque evento, quando tocca le magistrature elettive, porta inevitabilmente con sé.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 2.02.2012
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Una risposta a Eventi eccezionali e amministrazioni “ordinarie”

 
Commenti
 
  1. Davide C scrive:

    Questo blog è molto bello.
    Mi sono sempre chiesto cosa volesse dire fare il sindaco, se fosse un incarico di rappresentanza o fosse un vero lavoro amministrativo.
    Essendo cresciuto in un piccolo paese dove era inutile convocare una giunta in quanto tutto era stato già deciso al bar, e dove chi rivestiva delle cariche municipali, poi anche guidava il pulmino o chiudeva a chiave la biblioteca, il confronto con le realtà più complesse mi ha sempre incuriosito. Soprattutto per l’aspetto che riguardava la necessità di far collimare la gestione dell’organismo comunale con una bandiera partitica. A quante cose deve pensare un sindaco? E di quanti deve considerare i pensieri?
    E dopo tutto questo, ha ancora la forza di scrivere un post?
    Beh, non posso esimermi dall’apprezzarlo.