Dalla mostra d’élite alla mostra popolare

Inizio settimana nostalgico. È tempo di bilanci. Ieri si è chiusa, a Palazzo Zabarella a Padova, la mostra sul “Simbolismo in Italia” che aveva aperto i battenti il 1 ottobre. Oggi tocca a quella su “Gian Giacomo Poldi Pezzoli. L’uomo e il collezionista del Risorgimento” inaugurata il 12 novembre al Museo Poldi Pezzoli di Milano. La singolare coincidenza mi induce a riflettere sul mio lavoro e sulla possibilità – esiste ancora – di conciliare formule diverse.

Quella di Padova intendeva essere ed è stata una mostra popolare che voleva far conoscere al grande pubblico un aspetto dell’arte italiana, tra Otto e Novecento, ancora poco noto, non tanto perché mancassero gli studi, ma perché questi restano, oggi più di ieri, in una sfera elitaria, se non specialistica. Questo è un limite di cui ha sempre sofferto la storia dell’arte in Italia: di rivolgersi agli addetti ai lavori, con un linguaggio che allontana più che avvicinare, come invece avviene all’estero, il lettore comune il quale, anche se colto, non viene coinvolto.

La soria dell’arte è stata una disciplina aristocratica, finché le cose sono cambiate proprio quando sono apparse all’orizzonte le mostre che, in un crescendo davvero impressionante, sono diventate una delle voci più importanti dell’industria culturale. Quindi anche la storia dell’arte si è democratizzata, se consideriamo il fenomeno in senso positivo, o è diventata oggetto di consumo, se invece preferiamo darle un’accezione negativa. Verò è che con il dilagare delle mostre, forse in Italia più che in ogni altro Paese, si è affermata anche la divulgazione, espandendosi anche al di fuori della pagina scritta.

Gli storici dell’arte sono diventati popolari. Prima di quella che potremmo chiamare l’età delle mostre non era così. C’era stata un’unica eccezione che confermava la regola, quella di Giulio Carlo Argan, per la fortuna arrisa al suo manuale, su cui si sono formate molte generazioni di studenti. Ma anche per un fascino carismatico, soprattutto quando parlava e sapeva inquadrare il fatto artistico in un contesto filosofico, culturale di ampio respiro. Ricordo ancora ammirato, quando lo ascoltai, quindicenne, parlare di arte, cinema e politica. La popolarità di Argan divenne formidabile quando fu poi eletto sindaco di Roma.

I tempi erano diversi. Come era diverso il livello della divulgazione elaborato da una figura antitetica a quella di Argan: Federico Zeri. Inarrivabile conoscitore, quale solo Roberto Longhi era stato prima di lui, faceva la storia dell’arte sul vivo delle opere, indagate concretamente, non attraverso la storia delle idee come Argan. Cosmopolita (aveva avuto la fortuna di conoscere, ricordava, pure Greta Garbo), fiduciario dei grandi musei americani, guru dei collezionisti, aristocratico e popolaresco insieme – viveva in una strana reggia suburbana alle porte di Roma in un hinterland attorno degradato -, ebbene ha avuto il coraggio di servirsi del mezzo televisivo. Ricordate quando compariva sul piccolo schermo avvolto in pittoreschi kaftani che ne nobilitavano la mole corpulenta? Forse per i tanti nemici che si era fatti, dato il suo carattere non facile e certra sua sacrosanta intransigenza, era solo vanità, se non peggio…, senile. Credo invece, anche se non l’ho frequentato, che, individuo sicuramente geniale, avesse capito che bisognasse fare i conti con un cambiamento decisivo, la nascita e il progressivo estendersi di un nuovo pubblico interessato all’arte.

Quello di Zeri è stato forse un modello inimitabile, visto anche lo spessore dell’uomo e dello studioso. Poi il territorio della divulgazione è stata occupato a vari livelli. Soprattutto da chi ha organizzato mostre di successo, come Marco Goldin che, partito da Treviso ha poi fornito formule ogni volta funzionanti, nel magico apriti Sesamo dell’Impressionismo, tra Brescia, Torino, Genova, Rimini. … E la sua avventura non sembra avere fine. Come Flavio Caroli a Milano, dove ha riempito con le sue mostre Palazzo Reale, per poi approdare a una formula editoriale e a una trasmissione colta e impegnata entrambe vincenti; come Vittori Sgarbi ricercato ovunque e propositore di un modello espositivo, ma anche editoriale, dove il personaggio, alimentato dalla mondanità e dai media, ha un ruolo primario.

 
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