Così Luchino Visconti mi ha aiutato a far rivivere l’Ottocento lombardo

Finirà mai questo gelo? Mi ricorda quello sofferto quando, tanto tempo fa, siamo sempre verso la fine degli anni settanta, quando mi sono sobbarcato lunghi soggiorni sul lago di Como a Tremezzo, stando chiuso giorni e giorni nell’algida bellezza di Villa Carlotta per catalogare, pezzo per pezzo, tutti gli oggetti d’arte e d’arredo in essa contenuti, dai capolavori di Canova e Hayez alle stoviglie che usavano gli ultimi proprietari, prima che la magnifica residenza passasse allo Stato e venisse gestita – peraltro sempre benissimo – come Ente. Erano quegli incarichi che noi giovani studiosi ambivamo ad avere dalle Sovrintendenze, in questo caso quella di Brera, perché ci consentivano di farci le ossa a tu per tu con le opere. Toccarle, misurarle, rivoltarle, guardarle come mai era possibile! Non so quanto quell’indispensabile tirocinio sia ancora in uso, data la scarsità di mezzi di cui ora dispone in ministero dei Beni culturali.

Fu comunque in quell’occasione che incontrai la figura del più illustre tra gli antichi proprietari di quel luogo, Giovanni Battista Sommariva, anche lui un grande camaleonte (il genere evidentemente mi ha sempre appassionato) che ha cercato di rifarsi – e ci riuscì – un’immagine che sembrava irrimediabilmente compromessa dalla sua riprovevole condotta politica, quando governando la Milano delle Repubbliche Cisalpina e Italiana si era arricchito in maniera davvero esagerata, diventando mecenate e collezionista. Fu tanto abile e tenace da entrare in confidenza, e ad avere da loro dei veri capolavori, con i maggiori artisti del suo tempo, Canova innanzi tutto, David, Girodet, Thorvaldsen, Hayez.

Riuscii a far emergere parecchie novità su questo personaggio di cui si era già occupato, si può dire che l’avesse riscoperto, in maniera magistrale Francis Haskell. Per me fu la folgorazione di quanto fosse importante studiare la storia del collezionismo per capire meglio le opere nella loro genesi e nella loro fortuna. Ero particolarmente soddisfatto quando riuscivo a rintracciare dipinti o sculture che erano rimasti presso i discendenti di coloro che li avevano commissionati od acquistati. Ma era altrettanto esaltante, nel caso contrario, seguirne i passaggi e arrivare a scoprire dove erano approdati. Con molta tenacia, e con una certa fortuna, sono riuscito così a ricomporre alcuni ambiti come quello dell’Ottocento lombardo proponendone una nuova visione proprio attraverso le opere che ero riuscito a far emergere.

Questo credo sia stato un ingrediente, forse quello decisivo, del successo delle mie mostre. Gli esperti, ma anche e soprattutto il pubblico ha capito questa diversa immagine che ora emergeva di un secolo per tanto tempo trascurato e frainteso. Riusciva a condividere le mie scoperte.

Banco di prova sono state le mostre che ho fatto a Milano, come quelle di Hayez e di Previati a Palazzo Reale, o di Giuseppe Molteni, incredibile figura di pittore, restauratore e mercante d’arte, al Museo Poldi Pezzoli e al Museo di Milano. Le opere che avevo prima trovato descritte nei giornali dell’epoca, quando passavano alle esposizioni annuali organizzate dall’Accademia di Brera, emergevano ora fisicamente grazie alle fortunate cacce presso i collezionisti o gli antiquari. Possibile che quanto allora era stato tanto ammirato fosse stato poi travolto dalla polvere del tempo?

A sollevare il sipario su Hayez, certamente non dimenticato ma considerato un mediocre testimone di un periodo di irrimediabile decadenza, e su altri protagonisti dell’Ottocento, mi hanno più aiutato le mie frequentrazioni cinematografiche, le passioni letterarie e il melodramma, che non una critica d’arte ancora piena di pregiudizi. La visione di Senso, il capolavoro che allora – er il 1954 – fece scandalo di Luchino Visconti, apriva nuovi orizzonti proprio verso la comprensione di Hayez e della pittura dei Macchiaioli finalmente inseriti in un Risorgimento senza retorica. Ma Visconti è stato anche una lezione per cercare di dare alle mie mostre un respiro narrativo e uno svolgimento scenico, indispensabile per fare dialogare le opere tra di loro e comunicare a chi le guarda le mie intenzioni, il mio modo di interpretare quello che ho proposto.

È fondamentale ricreare attorno alle opere un ambiente, un’atmosfera che rimandi al contesto per cui furono create e dove hanno vissuto.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 17.02.2012
Condividi:

Una risposta a Così Luchino Visconti mi ha aiutato a far rivivere l’Ottocento lombardo

 
Commenti
 
  1. Mar scrive:

    Scritturaevocativa che rende bene l’entusiasmo e lo stupore continuo che la pervade, intendo che pervade Lei Fernando Mazzocca..Leggendo questo scritto ho sentito il freddo percorrermi la schiena, e poi il lago mette sonno. Chissà che allegria l’inverno senza riscaldamento ma capisco la resistenza alle intemperie quando ci si entusiasma ad una tela da cui pendono le ragnatele.Bella capacità…averne di saggisti così.
    Ascoltarla dal vivo sarà anche meglio. Grazie di averci deliziato.