Come si fa a decidere?

Quando sono diventato sindaco, sono rimasto alquanto sbigottito dalla scarsità di elementi di fatto, funzionali ad una decisione razionale, a disposizione della giunta. Ciò non accadeva per la qualità del personale del comune di Forlì, direi in media con quello delle città della medesima taglia, ma per la rigidità dello schema burocratico, che tendeva (e tende) a svilupparsi per singolo affare, con passaggi interni di verifica, tutti accertabili, salvo uno: il senso, l’effetto pubblico del prodotto finale all’interno del contesto. E poi c’era la variabile tempo: noi amministratori pro tempore avevamo (abbiamo) fretta, perché la pressione dei cittadini è forte e cinque anni passano rapidamente. I colpi sparati dalla corazzata comunale, invece, sembrano quelli dei grossi calibri di una volta: li vedi partire, ma non sai se e quando arrivano.

Studiando le carte dei municipi di fine Ottocento e dei primi del Novecento, mi era capitato di osservare fenomeni analoghi: idee politico-amministrative che si trasformavano in atti di giunta, che poi magari passavano attraverso un dibattito in consiglio comunale, ma che infine, improvvisamente, si perdevano. Dove erano finite? Eppure, le serie d’archivio erano intatte, senza carenze vistose. I carteggi restavano, tuttavia, reticenti o frammentari. C’era stata un’ostilità da parte dei tecnici? O una scarsa attenzione da parte dell’organo politico? Col senno di poi, e con la sensibilità acquisita forzosamente in questi mesi, mi è possibile avanzare alcune ipotesi: in molti casi, delibere anche assai complesse e dibattute finiscono in nulla, perché, allo stato dei fatti, se ne verifica la pratica inattuabilità, per ragioni pratiche o economiche. In altri casi, il solo dibattito è già l’obiettivo che l’élite municipale intende conseguire, indipendentemente dall’azione effettiva ad essa correlata. In altri ancora, forse i maggiori, manca un reale interesse a misurare l’effetto di ciò cui si dà impulso. Per accreditare una Narrazione Politica Locale ben confezionata, ci vogliono azioni che configurino un continuità nella decisione. Queste azioni, paradossalmente, culminano non nella realizzazione, ma nell’atto in cui vengono deliberate e finanziate. E’ l’allocazione della risorsa, l’individuazione del capitolo di spesa, il trasferimento della quota Y di bilancio ai soggetti W e Z, a rappresentare, per il ceto politico-amministrativo, il momento cruciale, quello al quale è annessa la quota maggiore di dividendo politico. Il monitoraggio della pratica realizzazione di un’opera o il controllo di qualità di un servizio, salvo casi particolari, appaiono in genere attività di routine, a meno che non vi sia un qualche nastro da tagliare nelle vicinanze.

Lo sbandamento dell’attenzione verso l’atto della spesa è indicativo di una cultura politica sviluppatasi lungo una straordinaria età dell’oro, connotata da consolidamenti incrementali dei bilanci. Un mondo che non esiste più. E indurre la macchina a riprogrammarsi, e gli amministratori a ridefinire il loro profilo sulla base di altri parametri (spending review et similia), più attuali e cogenti, sembra obiettivo difficile, quasi titanico: tanto l’abbrivio del tradizionale sistema burocratico, nonostante il motore sia spento e la retromarcia innestata, persiste lungo la sua traiettoria, sempre più lento, ma sempre tenace.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 4.02.2012
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Una risposta a Come si fa a decidere?

 
Commenti
 
  1. Raoul scrive:

    Nella crisi che sta vivendo la pubblica amministrazione, sia essa locale, regionale o nazionale, per sopravvivere dovrà valutare le cose che sta realizzando o si propone di realizzare.
    Quelle azioni a cui facevi riferimento, utili a vedere la continuità delle decisioni assunte, che oggi coincidono con l’atto in cui sono deliberate e finanziate, dovranno per forza cambiare diventando: monitoraggio, ascolto, valutazione anche alla luce delle innovazioni tecnologiche o delle scoperte scientifiche, penso alle politiche ambientali o energetiche.
    Questo cambiamento richiede però di tempo, per un sindaco i mandati sono due (e bastano). Per guardare con speranza il futuro c’è un metodo che, secondo me, dovrebbe valere nel 99% dei casi in cui si decide “per gli altri” che sintetizzo con una citazione di Popper ”Nella polis ciascuno ha eguale capacità di giudizio sulle cose politiche e la discussione è la migliore premessa alla saggia deliberazione”. Il restante 1% sono le emergenze: come la più grande nevicata in Romagna dopo il nevone del ’29.
    Grazie e buon lavoro Sindaco!