Città d’arte si diventa?

No. non ho dimenticato Philippe Daverio, il “bocconiano” che è diventato, in una biografia densa di iniziative e incarichi anche istituzionali, il brillante, ironico e molto amato punto di riferimento di una divulgazione sofisticata e brillante che sa usare e “nobilitare”, come pochi altri il mezzo televisivo, mettendo d’accordo il pubblico comune e i palati più esigenti.

L’ultima settimana della mostra di Padova sul Simbolismo poteva andare meglio, con il ritmo che l’ha sempre sostenuto dall’inizio. Ma molti gruppi, che si erano già prenotati, e i singoli, dato che la maggior parte dei frequentatori viene da fuori, soprattutto dalla Lombardia, dall’Emilia e dalla Toscana, sono stati scoraggiati dal mal tempo. Questo ha assolutamente penalizzato l’inizio di un’altra mostra da me curata e che era stata inaugurata proprio a fine gennaio, quella di Forlì dedicata a “Wildt l’anima e le forme da Michelangelo a Klimt”. I due metri di neve, che ricordano quella caduta nel 1929 e immortalata da Fellini in “Amarcord”, hanno di fatto isolato la cità romagnola che con la sua settima mostra e il mezzo milione di visitatori che l’anno raggiunta in questi anni si è scoperta una vocazione di città d’arte assolutamente impensabile.

Questo non si può dire di Padova che città d’arte, anche se non da grandi numeri, sempre lo è stata. Custode delle più belle pitture di Giotto, patria del Mantegna e di un certo Rinascimento che ha avuto in Donatello – rappresentato in maniera superba davanti e all’interno della basilica del Santo – l’altro grande interprete, non bisogna dimenticare che conserva gli unici affreschi giunti a noi di Tiziano quelli nella Scuola del Santo, vere meraviglie, un caffe neoclassico il Pedrocchi unico al mondo, un’ Università decorata dai grandi maestri del Novecento, Campigli, Martini, Gio Ponti, Severini…

Eppure le mostre che ho organizzato, con cadenza su per giù annuale a partire da quella dedicata ad Hayez nel 1998, a Palazzo Zabarella, sono state un veicolo per far conoscere meglio questa straordinaria città d’arte e i suoi tesori, anche quelli più nascosti, come il meraviglioso Orto Botanico dell’antica Università. Così come queste rassegne hanno cercato di rileggere o presentare in maniera nuova protagonisti, come Hayez, Mengs, Boldini, De Chirico, Signorini, e movimenti, i Macchiaioli e appunto il Simbolismo, dell’arte in Italia tra il Neoclassicismo e il Novecento.

Si potrà obbiettare che si tratta di argomenti non legati al territorio, alla storia e alla cultura della città. In realtà Padova è sempre stata, proprio grazie alla sua antica e importante Università, una città a vocazione cosmopolita e comunque di grande passaggio. Di Palazzo Zabarella abbiamo cercato di fare un centro di cultura, collegato ai grandi musei, come la Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti e la Galleria Nazionale d’Arte Moderna che hanno sempre collaborato con noi, in cui proporre ogni volta delle mostre che fossero in grado di confrontarsi con gli studiosi e di trasmettere al pubblico i risultati degli studi.

Faccio qualche esempio. Tutte le rassegne monografiche, quelle su Hayez, Mengs, Boldini, De Chirico, Signorini, derivavano dal fatto che si erano vericate delle svolte decisive nella conoscenza di questi autori. Erano stati da poco pubblicati i loro cataloghi scientifici o concluse delle ricerche particolarmente importanti e decisive. Mi sembrava giusto che queste novità uscissero dall’ambito ristretto degli addetti ai lavori e venissero trasmesse al pubblico che, allora, non si sente più escluso. La mostra, che mette in diretto contatto con l’opera d’arte, penso che rimanga uno strumento insostituibile per ottenere questo risultato. Essenziale che la serietà delle conoscenze garantiscano l’autenticità e la qualita delle opere presentate, di proprietà pubblica o privata che siano. Garanzie che mostre nate da presupposti commerciali e senza nessun retroterra scientifico, spesso improvvisate, non sono in grado di offrire.

Come per la altre mostre, anche il bilancio del Simbolismo è stato lusinghiero. Soprattutto per un fatto – che qui a Padova ci ha dato ogni volta ragione – che all’alto numero dei visitatori è corrisposta una notevole percentuale di quelli che hanno comprato il catalogo, e altissima di quelli che hanno acquistato la guida breve che, a un prezzo popolare, costituisce una memoria efficace di quanto ha visto o quanto abbiamo cercato di trasmettergli.

 

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 14.02.2012
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2 risposte a Città d’arte si diventa?

 
Commenti
 
  1. marjolein scrive:

    l’euro scende ma la cultura mai!

  2. Pamela scrive:

    purtroppo in tempo di crisi la cultura è la prima ad essere penalizzata, senza comprendere quale volano potrebbe essere per la crescita, non solo economica, del nostro paese.