Chi affolla le mostre affolla anche i musei?

È l’ultimo giorno e mi accorgo che nelle mie confidenze forse ho tralasciato cose importanti e ne ho dimenticate delle altre. Anche se l’essenziale credo di averlo detto.

Non vorrei però dimenticare una delle fasi che più mi hanno coinvolto nel mio lavoro, quando, accettando una sfida nuova ho avuto l’occasione di passare dalla dimensione effimera delle mostre a quella perenne – non so se è proprio il termine giusto – del museo. Questo mi ha fatto riflettere sul rapporto tra le due realtà che, nel proliferare di quello che molti condannano a ragione o a torto come il mostrificio, possono sembrare conflittuali. Chi affolla le mostre, affolla anche i musei? O finisce per trovarli luoghi noiosi, perché sempre uguali e non capaci di rinnovarsi? La verità, che sia positivo o meno, è che allora i musei cercano di inseguire il modello delle manifestazioni temporanee e le mostre servono per attirare nuovo pubblico e far ritornare i propri frequentatori.

In genere i musei, penso a Brera – dove la frequenza di queste iniziative è andata veramente crescendo -, alla Galleria Borghese, che invece allestisce una mostra di grande impegno l’anno, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, al Mart, dove la dimensione delle rassegne temporanee – tutte di grande livello come quelle magnifiche su Modigliani scultore e su Severini – finisce per prevalere sulle collezioni permanenti che vengono disallestite e riallestite, realizzano mostre che valorizzano le opere non esposte, riscattate dai depositi (come nel caso della fortunata serie “Brera mai vista”), o che comunque aiutano a capire meglio la fisinomia del museo. In questo senso le iniziative del Poldi Pezzoli sono state sempre esemplari.

Quando sono stato chiamato nel 2005 a Palermo per realizzare la Galleria d’Arte Moderna che cambiava di sede, passando in uno spazio assolutamente diverso in un’altra parte della città, ho fatto tesoro dell’esperienza maturata in tutti questi anni che mi ha certamente aiutato. Bisognava riflettere sulla natura delle raccolte che, formatesi in certe circostanze, potevano anche apparire disomogenee. La scommessa, penso vinta visto l’apprezzamento che il nuovo museo a cinque anni dalla sua apertura continua a riscuotere, è stata quella di creare un percorso coinvolgente e chiaro perché seguiva la storia delle raccolte, facendo capire perché quelle opere erano state acquistate e quale visione si voleva offrire dell’arte, a livello nazionale e locale, tra Otto e Novecento. Resto convinto che facendosi guidare dalla storia non si sbaglia mai e si capiscano anche quegli aspetti che in primo tempo ci sfuggono o ci sembrano contradditorii. Oggi invece è proprio una corretta dimensione storica quello che si rischia di perdere.

Realizzare nel 2011 le Gallerie d’Italia, il nuovo spazio museale di Banca Intesa SanPaolo a Milano, è stato per me una grande occasione per poter valorizzare dandogli appunto una dignità museale le raccolte dell’Ottocento di Fondazione Cariplo e della stessa Intesa SanPaolo. Il fascino di queste Gallerie, di cui i milanesi si sono subito impadroniti, è quello di raccontare il passato, la città e il territorio, com’erano e non sono più, attraverso l’occhio, lo sguardo degli artisti che, proprio perché ci offre un punto di vista un’interpretazione, è più acuto di ogni altra documentazione, apparentemente più fedele.

Questo è il problema che mi assilla adesso mentre sto lavorando – e la domenica è per me un giorno ideale per riflettere – a una mostra, prevista l’anno prossimo a Forli, sull’arte che è stata al servizio o si è misurata con il Fascismo. Mi affascina tornare, dopo tanti anni, ad argomenti che avevo affrontato nella mia tesi di laurea e che, nonostante mi sia poi occupato d’altro, in realtà non ho mai abbandonato.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 19.02.2012
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