Perché i cataloghi d’arte valgono poco ai fini di un concorso universitario?

Sta per concludersi la settimana e le due mostre su “Il Simbolismo in Italia” a Padova e su Gian Giacomo Poldi Pezzoli a Milano sono ormai disallestite. Rimane un poco di amaro come per tutto ciò che finisce, ma anche la soddisfazione per il loro successo, nonostante si trattasse di due argomenti impegnativi sia per chi li ha affrontati, cercandoli di comunicarli efficacemente, sia per il pubblico chiamato a confrontarsi con qualcosa di nuovo e ad arricchire le proprie conoscenze.

Quelli della casa editrice Marsilio di Venezia, dove ormai sono di casa confortato anche dal fatto che ci lavorano dei miei bravi ex allievi con i quali intendersi è più facile – altri mi hanno sempre aiutato e continuano ad aiutarmi nelle ricerche e nella redazione dei testi -, mi hanno appena informato che il catalogo del Simbolismo, andato esaurito, è sulla via della ristampa. Molto bene. Si sa, le mostre vanno e i cataloghi restano. Per questo cerco di fare in modo che, da una parte, riescano a restituire la fisionomia del percorso espositivo anche a chi la mostra non l’ha vista e farlo ricordare nel caso contrario, ma che, dall’altra, siano dei veri strumenti di approfondimento che rendano conto di quanti studi e riflessioni ci siano state dietro le nostre scelte, ma anche di tutto ciò che nell’esposizione non è potuto entrare e risulta fondamentale per avere una visione ancora più completa.

A proposito, non capisco come mai, secondo quanto mi hanno riferito essendo io da oltre un anno andato in pensione e quindi lontano dall’Università, nelle nuove valutazioni dell’attività di ricerca che si fanno per i concorsi e le cosiddette conferme in ruolo i cataloghi delle mostre vengono considerati meno, o niente affatto, rispetto ad un articolo comparso in una rivista specialistica, o sedicente tale. Mi sembra che a contare sia sempre la qualità e che ad essa non nuoccia, anzi, la comprensibilità. Evidente resiste questa idea aristocratica, o forse solo altezzosa, della cultura.

Certamente per me è stata una palestra fondametale dovermi misurare con diversi tipi di scrittura, anche quella giornalistica, con cui mi confronto da quando collaboro – ho iniziato credo nel 1988 – al Sole 24 Ore, ma pure quella dei comunicati stampa e di tutti gli apparati didattici, dai pannelli di sala alle audioguide, essenziali per una mostra e che, pur nella loro semplicità, devono avere la stessa dignità dei più impegnativi – ma si tratta di due impegni diversi – saggi del catalogo.

Questo non mi ha impedito di conciliare questi impegni con un tipo di produzione più propriamente scientifica che ho cercato di non abbandonare. Credo che il segreto sia quello di portare quanto più dell’una esperienza nell’altra. Anche se sono conscio dei pericoli della dilvulgazione, se diventa banalizzazione e perde la sua dignità didattica, abbassando troppo il livello.

Concluse queste imprese e preparandone altre, cerco di trovare il tempo di tornare al mio lavoro sui testi. Aver frequentato anni e anni un luogo di grande fascino come la Biblioteca Nazionale Braidense, alla ricerca delle fonti più disparate per capire meglio il mio amato secolo, mi ha dato un bagaglio di informazioni in parte convogliate in uno dei lavori di cui continuo ad essere più soddisfatto, il volume dei Classici Italiani della Ricciardi, dedicato agli Scritti d’arte del primo Ottocento, e che continuano a servirmi per identificare e collocare meglio le opere. Ora sto affrontando la riedizione di uno dei testi più importanti per capire Canova e la sua fortuna, il volume intitolato Canova et ses ouvrages ou Mémoires historiques sur la vie et les travaux de ce célèbre artiste pubblicato a Parigi nel 1834 dall’amico di una vita e corrispondente Quatremère de Quincy. Quello come si sa antesignano di tutti i sacrosanti principi di tutela delle opere s’arte. È un’altra tappa di quell’interesse per Canova che mi occupa da sempre, facendo parte del comitato per l’Edizione Nazionale dei suoi scritti e dell’Istituto di ricerca per gli studi su Canova e il Neoclassicismo attivo presso il Museo Civico di Bassano del Grappa la cui Biblioteca conserva il poderoso archivio lasciato dal grande scultore.

A Canova – le esposizioni sulla scultura sono difficili per tanti motivi a cominciare dalla trasportabilità delle opere – ho avuto la fortuna di dedicare alcune delle mostre che mi sono più riuscite, in particolare quella (“Canova l’ideale classico tra scultura e pittura”) tenuta a Forlì nel 2009, dove per farlo capire meglio ho fatto dialogare le sue sculture, i suoi dipinti e i disegni con le opere che l’hanno ispirato e con quelle che da lui sono derivate. Il successo della rassegna sta nel fatto che il pubblico è stato coinvolto in un percorso dimostrativo di come un grande artista sia da considerare per quanto ha saputo reinterpretare il passato e essere stato a sua volta reinterpretato. Un’operazione simile, ancora più ambiziosa, ho fatto per Wildt, di cui la mostra presenta opere mai viste confrontate con noti capolavori con cui dialogano perfettamente. Spero abbia successo, avendo puntato su un artista se pur grandissimo non altrettanto noto al grande pubblico.

 
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