Scribi al servizio delle multinazionali

Il tono è decisamente ricattatorio: “Il messaggio riportato sotto ti è stato spedito diversi giorni fa e non abbiamo ancora ricevuto le tue correzioni. Per favore rimanda le tue bozze al più preso se non vuoi ritardare la pubblicazione del tuo articolo” (traduzione mia).

Ma io non ho ricevuto alcun messaggio precedente. Si sarà perso per strada, o lo faranno apposta  per rendere più veloce la mia risposta?

Certo devo rispondere subito: sto parlando con una multinazionale della ricerca.

Rispondo: manderò asap! E mi metto a rivedere le bozze in .pdf, che scarico dal sito con tutte le righe numerate, e con domande precise su righe precise. Elenco una cinquantina di correzioni e le mando via mail al mio co-autore. Mi risponde che riesce a correggere entro mezzogiorno. Discutiamo oggi per un’ora via skype (noi scribi non possiamo certo permetterci il costo di lunghe telefonate): accettiamo i loro cambiamenti di stile o rifacciamo l’abstract? Siamo in disaccordo. Lui mi rispedirà le sue proposte di cambiamento, ci risentiamo domattina dopo averci pensato questa notte. Chissà cosa dirà Springer di questa “lentezza” degli italiani?

Le mie domande sono:

(I) cosa siamo diventati? Scribi al servizio delle multinazionali?
(II) cosa dobbiamo insegnare alle nuove generazioni per sopravvivere?
(III) un altro mondo è possibile? (Sì, forse)

Le risposte sono (in sintesi)

(I) Sì
(II) Niente
(III) Sì, forse.

Potrei fermarmi qui; chi è interessato a maggiori dettagli e ha tempo da perdere può proseguire la lettura su ciò che motiva le tre risposte di cui sopra. Per introdurre il problema parlo di un “falso” del Cinema italiano: l’origine dei soldi di Marta in “Tutta la vita davanti”.

UN FALSO NEL CINEMA ITALIANO: TUTTA LA VITA DAVANTI

Nel video qui sopra: Marta, la protagonista, porta alla signora dei soldi che in effetti non sono quelli della signora (che sono stati rubati) ma sono soldi suoi, che avrebbe guadagnato …. perché ha pubblicato un articolo di filosofia in una prestigiosa rivista inglese che la paga 300 euro!

No comment. E’ la cosa più ingenua di un film, peraltro piacevole e strappalacrime. Nessuna rivista internazionale altamente quotata paga l’autore di un articolo: è già tanto se riesci a farti pubblicare. Altro  che ricevere soldi per un articolo! Al contrario Marta avrebbe dovuto forse  pagare, almeno se avesse voluto che il suo  articolo fosse stato “liberamente leggibile” da tutti.  Lavorare gratis va bene, ma pagare per lavorare forse non è troppo?  Perché le multinazionali chiedono di pagare per rendere il tuo articolo disponibile a tutti?  perché pensano che devi pagare per farti pubblicità. Ma vale questa regola anche per chi scrive?  Pensate a  un giornalista che, invece che essere pagato per pubblicare i suoi articoli, dovesse pagare.
Ma qui si parla di articoli prodotto di una ricerca già pagata con i soldi dello stato (i ricercatori sono pagati per fare ricerca; Marta, nel nostro caso, ha usufruito dei soldi dello stato con i servizi dell’Università, compreso il lavoro dei  vecchi docenti in cui mi immedesimo tanto). Perché però dovremmo pagare per rendere disponibile agli altri la tua ricerca finanziata dallo Stato? Non basta metterla sulla tua pagina web? (risposta: non basta).

(I) Siamo scribi al servizio delle multinazionali della ricerca?

Cosa è diventata l’industria della ricerca? Una industria basata su  standard di  doppio referaggio cieco (“double blind referee”), cioè sulla valutazione di un articolo da parte di due esperti del settore (due “pari” o due “peer”) che non sanno chi lo ha scritto (per questo sono ciechi). OK, va bene ed è la cosa migliore che gli studiosi siano riusciti a fare per controllare la qualità. Ma il problema è la quantità!

Stefano Rizzato in “Tuttoscienze” di oggi ricorda i numeri degli articoli “scientifici” pubblicati nel 2011 (ovviamente sulle riviste “certificate” con doppio referaggio cieco, comitati scientifici internazionali, ecc.):

USA:                       310.206
Cina                        142.000
UK                            90.018
Germania                82.550
Giappone                68.308
….
Italia                        47.403
(ottava posizione, e senza di me sarebbe rimasta a 47.402!)

NOTA: Di certo l’Oriente ha cambiato tutto, e anche la filosofia assieme alla matematica è inondata da migliaia di articoli scritti da cinesi, indiani e coreani  a tutte le riviste possibili che abbiano una qualche rilevanza ufficiale (da poco ho respinto con una serie di critiche  un articolo per Epistemologia che aveva una prima parte ben scritta sulle tesi di Kripke e una seconda parte propositiva del tutto scollegata e molto superficiale; poi Agazzi mi ha forwardato una lettera di ringraziamento da parte dell’autore, che scopro così essere coreano).

Il problema si può porre così.
Ci sono voluti 50 anni e ora hanno tutto in mano loro.

1) Nel 1960 viene fondato l’Institute for Scientific Information (ISI) da Eugene Garfield, uno scienziato e bibliometrista dell’Università della Pennsylvania a Philadelphia (Filadelfia). Le prime classificazioni riguardano le riviste di chimica e altre scienze “esatte” (si fa per dire)
2) Nel 1990 Sempre più persone (siamo ormai più di 7 miliardi al mondo, più del doppio di quanti eravamo negli anni ’60 quando nasce l’ISI) vogliono pubblicare sulle riviste “certificate” e queste assumono dunque potere.
3) Nel 1992 l’ISI viene comprato dalla Thompson Scientific & Healthcare, e viene conosciuto come Thompson-ISI web of Knowledge, ora dunque parte della corporazione multimiliardaria Thompson-Reuter.
4) I finanziamenti alle Università vengono normalmente dati relativamente alla qualità e quantità di pubblicazioni.
5) Lo ISI standard si estende a tutti i tipi di ricerca: all’indice delle citazioni scientifiche (Science Citation index) si accompagna l’indice delle citazioni delle “humanities” (Social Sciences Citation index e Arts and Humanities Citation index).
6) Sempre più riviste cercano lo ISI standard, al quale si aggiunge l’indice specifico della qualità della rivista IF (che riguarda la quantità di citazioni della rivista oltre che al rapporto tra articoli sottomessi e articoli rifiutati).
7) Le riviste invogliano a mandare più articoli per poterne rifiutare di più e avere maggiore qualificazione.
8) Gli studiosi si fanno in quattro per mandare articoli alle riviste più prestigiose, che così diventano sempre più prestigiose.
9) Variante italiana: inventare riviste che abbiano i “criteri ufficiali” (con comitato scientifico internazionale, nome internazionale, doppio referaggio cieco, stampata sottocasa.
10) Reazione internazionale alla variante italiana: dare valore alle grandi multinazionali della ricerca che selezionano solo riviste “sicure” e dando maggior rigore all’IF (Impact Factor).

——-

CONCLUSIONE:

11) Tutti i professori lavorano al servizio delle grandi multinazionali della ricerca per pubblicare gratuitamente, se va bene come spesso per i filosofi, altrimenti pagare per pubblicare, come accade per i chimici (lì girano più soldi).
12) le grandi Università iniziano a far sempre più fatica a pagare le enormi commesse per accedere ai servizi online delle multinazionali della ricerca, sottraendo soldi alla ricerca.
13) Le multinazionali della ricerca si arricchiscono alle nostre spalle.

“Si arricchiscono alle nostre spalle” = Elsevier, una delle più grandi distributrici di riviste scientifiche on line ha avuto nel 2010 profitti per 724 milioni di sterline, quasi la metà degli introiti! (di circa due miliardi). Come? Ha messo su un buon sistema di information retrieval su una banca dati di migliaia di riviste dove
- il contenuto è fornito gratuitamente (se non a pagamento) da chi è pagato per fare ricerca
- la verifica e valutazione del contenuto (un lavoro enorme con 2 studiosi per ogni articolo sottoposto) è fatta gratuitamente dai “peers”.

 


“L’affare che fa Elsevier non è far soldi pubblicando i nostri articoli, ma facendo l’esatto opposto: restringendo l’accesso a questi articoli.” Il dibattito è “hot” anche a livello legislativo: rimando a un bell’articolo del Guardian Academic publishers have become the enemies of science

Appendice: i convegni scientifici pubblicano gli “Atti di Convegno”; ma atti di convegno che non siano “valutati” servono poco; quindi si cerca di andare a convegni con atti di alto “valore” per la valutazione scientifica; i convegni di alto valore con atti di alto valore alzano il valore della iscrizione al convegno. Non è difficile trovare convegni dove, per poter parlare come relatore, devi versare 500 euro (soldi che si possono permettere gruppi di ricerca “robusti”).

(II) Cosa dobbiamo insegnare alle nuove generazioni per sopravvivere nella giungla della competizione internazionale?

Niente; sanno già tutto.

– Sanno che occorre pubblicare su riviste internazionali con alto indice di selezione e di diffusione, cioè con un buon Impact Factor (ovviamente certificato da Thompson-Reuter :) ).
– Sanno che occorre farsi citare o pubblicare assieme a persone note o su riviste molto citate per avere un alto h-index o anche g-index (indici sulla produttività scientifica individuale  e sull’impatto del singolo ricercatore sulla comunità scientifica del tuo settore).
– Sanno che occorre controllare  Publish or Perish o Google Scholar (ops! rivelo così il mio BASSISSIMO h-index). Ora non valgono ufficialmente, ma in futuro chissà.  Nelle valutazioni “ufficiali” (del nostro ministero) quello che vale è ancora il vecchio ISI della Thomspon-Reuter, che continua a essere lo standard,  fornisce servizi utili e dà un controllo sulla serietà delle riviste (e  tra i servizi utili ci sono le sponsorizzazioni di software come EndNote, il sistema di bibliografia automatizzata usato da Microsoft Word [circa 300 euro la copia, se ricorso bene]: qui girano soldi fitti).
– Sanno che anche in Italia la valutazione, non solo delle Università, ma anche dei singoli, sta andando in questa direzione, come ricorda bene Mauro degli Esposti: qui e qui.

(3) Un altro mondo è possibile?

Sì. Ma lontano. I servizi forniti dalle multinazionali della ricerca sono essenziali. Noi abbiamo regalato  i contenuti alle multinazionali e ci vorrà del tempo per riprenderli. C’è spazio per contrattare, si può chiedere di mantenere il copyright del proprio lavoro, ma per “scaricarlo” dalla rete ti possono chiedere anche 50 euro, a meno che non tu non faccia parte di una istituzione che ha pagato gli abbonamenti (che se scadono sei fritto: perdi tutto quello che avevi, mentre le riviste di carta almeno ti restavano).

Ci sono tanti punti su cui contrattare, e non siamo in una situazione di monopolio totale: le riviste scientifiche non sono TUTTE con un’unica Società di distribuzione on line (non c’è solo Elsevier) e si può lavorare sulla competizione di nuovi elementi in gioco. Una reazione si svilupperà sia sui prezzi, sia sulle possibilità di organizzare modi di accesso libero. Siamo solo all’inizio. Ovviamente i consorzi di Università  cercano ogni anno di contrattare soluzioni di compromesso di fronte alle richieste sempre esorbitanti delle multinazionali della ricerca; forse si può fare di più: non abbiamo un ministro anti-monopolista?).

Siamo tanti e disorganizzati, ma ad esempio lo stesso software EndNote trova alternative open-acces con Zotero. Le riviste open-access per ora sono di norma meno “valutate” delle riviste a pagamento e hanno minore impact factor. E’ curioso peraltro come vi siano più riviste filosofiche open access (175) che non, ad esempio riviste di tecnologia chimica (32).

Non è escluso che in un altro mondo possibile e futuro la maggioranza delle riviste di ricerca scientifica apriranno gratuitamente i loro archivi alla comunità che ha pagato per produrre la ricerca stessa.

Primi passi verso il futuro?
la Biblioteca del MIT (Massachusetts Institute of Technology), fornisce un tutorial su come mantenere il copyright [grazie della segnalazione a Elena Giglia]

 

P.S. L’articolo che sto per pubblicare non è certo uno dei miei migliori, ma “vale” di più perché su rivista con tanto di timbro internazionale. Comunque il lavoro che ci sta dietro è molto, e conforta non aver perso tutto quel tempo per nessun aumento del G-index o H-index  :-D

 
Commenti (7) Trackback Permalink | 25.01.2012
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7 risposte a Scribi al servizio delle multinazionali

 
Commenti
 
  1. Massimiliano Badino scrive:

    Carlo conosci la Berlin Declaration on Open Access to Knowledge? Qui trovi il pdf:

    http://oa.mpg.de/lang/en-uk/berlin-prozess/berliner-erklarung/

    Esistono in effetti modi per mantenere il copyright, la nostra biblioteca offre regolarmente assistenza su questo punto. Anche per quello che riguarda il software, abbiamo detto addio a word da un pezzo, ormai noi si usa solo latex e bibdesk per la bibliografia. Al mio istituto ci sono interessanti iniziative sull’open access, come ad esempio questa:

    http://www.edition-open-access.de/

    Posso darti altri dettagli se desideri.

    • Carlo Penco scrive:

      Grazie, un link utile per vedere da dove inizia la “resistenza” :)
      L’articolo che citavo dopo il riferimento al MIT riguardava il Convegno “Berlin5″, se non erro il quinto convegno dopo la dichiarazione di Berlino; l’ultimo convegno del 2011 (Berlin 9) cerca di fare passi avanti. Latex è usato molto nell’ambiente scientifico, ma difficilmente convincerai gli umanisti a usarlo. Ma c’è sempre OpenOffice…

  2. Lacritica scrive:

    Articolo interessantissimo, tragicomico nella sezione relativa al video. Davvero solo chi non ha mai avuto un’esperienza universitaria avrebbe potuto pensare a una scena tanto fuori dalla realtà.
    1) Quali riviste in campo umanistico in Italia sono “certificate” e chi lo decide?
    2) H-index – che conoscevo – è un altro criterio rispetto al Social Sciences Citation index e Arts and Humanities Citation index del’ISI?
    3) Quali riviste può citare comprese nella “variante italiana” che abbiano un doppio referaggio cieco, in ambito umanistico? E’ già tanto se c’è la peer review e l’ISSN!
    4) Ma cos’è un convegno di alto valore? Dove per andare a parlare si paga? Non è che come criterio sia encomiabile!
    5) “Nelle valutazioni “ufficiali” (del nostro ministero) quello che vale è ancora il vecchio ISI della Thomspon-Reuter, che continua a essere lo standard”: un link a un documento ufficiale?
    Grazie

    • Carlo Penco scrive:

      (1) Le riviste umanistiche sono di norma classificate in tre fasce in alcune delle principali classificazioni come quella della European Science Foundation (e tante altre, come l’Australian Research Council, e le classificazioni ISI). In Italia si è scelto (a quanto ho capito) di classificare solo in due fasce, distinguendo però le riviste “straniere” e quelle italiane. Probabilmente le fascie A e B delle riviste straniere saranno valutate di più delle fasce A e B delle riviste italiane. Magari non è sempre vero, ma lo stesso fatto di scrivere in inglese e con una audience più ampia spinge in questa direzione. C’è un’accesa discussione su questa classificazione da parte dei vari gruppi disciplinari, all’interno dei quali vigono diversi criteri e la decisione finale, sentiti i vari rappresentati dei settori disciplinari, sarà l’ANVUR.

      (2) Lo H-index dice quanto un autore è citato e quindi “popolare”. E’ un indice generale per qualsiasi tipo di settore disciplinare e viene calcolato in vari modi, anche indipendentemente dalle classificazioni strettamente ISI (ad es. con Google Scholar). Ovviamente lo H-INDEX varia da un settore disciplinare a un altro, quindi è facile trovare indici alti tra ingegneri e scienziati sociali e meno tra filosofi e letterati. Riporto ancora quanto scrive un collega americano alla mi rimostranza per avere un basso “h-index”:

      “Allora, intanto per incominciare, discipline diverse hanno standard diversi di citazione. Per es. in matematica applicata si pubblica e si cita di piu’, in media, che in matematica pura; e` concepibile che in filosofia si pubblichi e si citi anche di meno, sempre in media. Quindi, solo i confronti tra persone all’interno di aree disciplinari omogenee hanno (forse) senso.
      Secondo, la scienza (la filosfia, la cultura…) non e` una gara a chi e` piu’ “popolare”. Dei miei lavori, per es., quelli che considero piu` belli e che mi hanno dato piu`soddisfazione non sono necessariamente queli piu` citati, anzi, se mai e` il contrario. E molti miei colleghi dicono la stessa cosa dei propri lavori.”
      E prosegue: “Per quanto riguarda l’IF, ISI-Web of Science, etc., …qui negli USA si da’ pochissimo peso all’IF (per fortuna), sia perche` puo` essere manipolato, sia perche` fin qui per fortuna la comunita` scientifica si e` opposta all’idea di sostituire il giudizio di esperti con una quantita` numerica singola. Un po’ piu’ di peso ha (forse) l’h-index, piu` che altro tra i fisici.”.

      In sintesi: lo h-index indica quanto sei apprezzato dalla tua comunità di riferimento; però ci saranno problemi quando si intrecciano diverse comunità, e una persona molto valida può avere un h-index più basso di una persona che, per es., ha pubblicato una volta assieme a un grosso nome di un settore ove si cita molto. Quindi sono dati da trattare con una certa delicatezza.

      Sull’ISI riporto ancora quanto ha scritto il collega americano: “Quanto allo strapotere dell”ISI secondo me e` destinato a sparire, grazie a Google Scholar, che in meno di 5 minuti permette a chiunque di farsi, gratuitamente, un ‘user profile’, con tanto di indici e statistiche”.
      Non so se è vero. Il futuro deciderà.

      (3) riviste italiane Nell’elenco dell’European Science Foundation riviste come Epistemologia, Filosofia, Filosofia e questioni pubbliche, Paradigmi, Rivista di Estetica, Rivista di filosofia, Rivista di filosofia neoscolastica, Teoria … sono nel gruppo 3. Ma vi sono anche riviste nel gruppo 2, come Medioevo e Ratio Juris. Ma altri cataloghi danno altre classifiche e, per esempio, l’Australian Council mette Epistemologia e Rivista di estetica in fascia 2. Nessuna rivista italiana è in fascia 1. Comunque i requisiti si fanno pressanti e, a quanto so, anche alcune riviste italiane si preoccupano di esplicitare (e si spera attenersi a) criteri di doppio referaggio cieco, ecc.

      (4) L’”alto valore” di un convegno si misura in diversi modi: (i) la selezione delle richieste di partecipazione (in un convegno SIFA del 2004 a Genova ricordo che abbiamo dovuto respingere circa le metà degli interventi con doppio referaggio cieco, facendo arrabbiare qualcuno é respingendo anche una mia allieva che lavorava in Germania; mi è dispiaciuto) perché c’erano troppe richieste; alla fine abbiamo accettato un centinaio di relazioni. (ii) gli “Invited speakers”: se gli invitati sono persone molto brave e famose sono un elemento di attrazione e interesse; (iii) gli atti: alcuni atti di convegni sono pubblicati su riviste con un certo Impact Factor, o comunque sono atti che hanno di per sé un grande impact factor (come alcuni convegni di intelligenza artificiale tipo IJCAI).
      In ambiente informatico, ingegneristico o medico le tasse di iscrizione a un convegno sono alte, sia perché le spese sono alte, sia perché partecipare è nota di merito e di avanzamento di carriera, sia per il tipo di Atti in cui si pubblicano gli interventi. Per gli umanisti: di solito si paga meno, ma più un Convegno è grande, più si alza il costo; esempio l’ultimo Convegno ESAP a Milano che costava tra i 100 e i 250 euro (i dottorandi pagani sempre meno dei docenti). Ma cifre del genere sono ridicole per gli ingegneri e i medici che hanno “tasse” molto più alte:)
      Ovviamente ai “piccoli” seminari o workshop di ricerca di norma non si paga niente, almeno in ambito umanistico. Prendo ad esempio un bel convegno che ho organizzato nel 2009 a Genova con un noto filosofo (qui pagina web), che ha attirato un po’ di curiosi, ed la cui partecipazione era del tutto gratuita (anche qualche relatore o relatrice il cui paper non è stato accettato, ha però accettato di partecipare, e questo è segno che non mostrava “rancore” per la bocciature; grande stile!)

      (5) ISI nelle valutazioni ufficiali: non mi riferivo a un documento ufficiale, ma semplicemente al fatto che nel sistema in cui noi docenti dobbiamo inserire i dati delle nostre pubblicazioni compare la voce “ISI” cui rispondere con “sì” o “no”. Non credo che molti “clicchino” su questo, ma è questo che viene chiesto (assieme al DOI: “Digital Object Identifier” che alcune riviste formiscono).

  3. Lacritica scrive:

    Grazie per i molteplici, importanti chiarimenti.

  4. Pingback: Occupy Science!

  5. Massimiliano Badino scrive:

    Caro Carlo, a proposito della montante protesta contro Elsevier, un piccolo link che potrebbe interessarti:
    http://thecostofknowledge.com/