Prima del personaggio, il corpo

Finalmente, Orlando–Accorsi si sta muovendo nello spazio, ci sono più oggetti scenici, anche Nina Savary comincia a cercare i luoghi dove cantare o percuotere uno strumento, o suonare il piano.
È il delicato momento in cui i corpi degli attori rivivono le parole memorizzate agendole fisicamente nello spazio. Le parole, finora, scritte, diventano voce con un corpo in movimento.
Quasi mai nella sola scrittura si riesce ad ascoltare la voce di un personaggio.

Sulla pagina resta, forte, il logos, ma manca per così dire il verbo, l’afflato, non si sente la saliva, il deglutire, la pausa, l’afasia, quell’insieme di azioni vocali che fanno la voce e la incrinano a seconda delle sensazioni che quel corpo sta vivendo.
L’anima di un personaggio, anche se parla in rima come nel nostro Furioso, dovrebbe essere un divenire di contrasti nel tempo, un campo di lotta, un continuo dramma.

Appena Stefano prova a vedere in lontananza l’eremita a cui Angelica, disperata, si affida, pagando poi cara questa speranza, il collo si tende all’infuori, gli occhi cercano una lontananza, gliene chiedo ancora di più ed ecco che la voce si modifica in un modo che lo stesso Stefano non poteva prima prevedere.
Vorrei che arrivasse a sentire l’odore che emana questo vecchio apparentemente pio e devoto che un attimo dopo si trasforma nell’ennesimo approfittatore del corpo di Angelica.

Con gli attori insisto molto sulla parola “corpo” accentuandone  il dato biologico e sensoriale. Il corpo viene prima del personaggio, agisce come complessità di segni contraddittori e conflittuali. Solo dopo aver cercato di afferrarne, sempre impossibilmente, la molteplicità, posso cominciare a farlo vivere in un personaggio.

In scrittura il più delle volte accade il contrario, i personaggi si presentano senza corpi, come anime pensanti e parlanti, densi di riflessioni autorali, già definiti in tipologia piuttosto che in imprendibile multiformità.
La fatica di acciuffare un corpo che è sempre in corsa, perché è nel tempo, non ha nulla a che fare col tentativo di afferrare la realtà o la sua copia verosimile.

Come ho già detto non è di verosimiglianza che si va a caccia, altrimenti non si potrebbe rendere visibile il volo dell’ippogrifo, ma neppure la passione erotica che assale Ruggiero alla vista del corpo nudo di Angelica.

La verosimiglianza è l’ossessione del cinema, un’ossessione che economicamente costa cara, perché costringe il linguaggio a ingabbiarsi in una parvenza di realtà, costosa da riprodurre. Anche il cinema tenta disperatamente di catturare  il corpo biologico del vivente, dovendosi misurare con l’illusione temporale costituita dalle  tante istantanee in sequenza che fanno la pellicola, e lo fissa scegliendolo tra i tanti ciak girati. Quei ciak sono i tanti vuoti a perdere di quel Tempo imprendibile.

In forme diverse le scritture per la pagina, per la scena teatrale, o per il cinema si misurano con lo stesso problema, con esiti diversi e vie di fuga diverse.
Tutti i linguaggi comunque, per poter tentare quella cattura, devono far precipitare quei corpi dentro una parvenza di ordine, un ordinamento del Tempo del vivente  sottraendolo al caos di cui fa parte e all’assurdo di cui si nutre.

Concludo con questi ultimi pensieri questo mio blog. Spero di essere riuscito a far intravedere, almeno in parte, la complessità della creazione artistica in teatro, e come il procedere quotidiano delle prove generi un continuo rifacimento di idee e parole e azioni. E in questo andare, come in un viaggio vero, non turistico, non si può sapere prima chi e cosa incontreremo. È questo il fascino del teatro per me, è un bosco da attraversare senza mappe prestabilite e senza chiari sentieri.
 

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 22.01.2012
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4 risposte a Prima del personaggio, il corpo

 
Commenti
 
  1. PaolaM. scrive:

    Ci sei riuscito, ci sei riuscito eccome. E più di ogni altra cosa, più della complessità della creazione artistica che pure si riesce ad intravedere, hai mostrato l’anima del teatro e la tua passione come fossi un innamorato.
    Passavo per caso, questo post è bellissimo, volevo dirlo.
    Paola

  2. Leonardo scrive:

    Ho assistito ieri sera allo spettacolo. Sono ancora affascinato, stordito, direi quasi inebriato…. quando il teatro è magia! Complimenti davvero per averci reso concreto e palpabile il mondo fantastico dell’Ariosto. Una messa in scena misurata e rispettosa della nostra libertà intellettuale e psichica, che ci permette davvero di viaggiare sulle ali dell’ippogrifo….. Le parole in questi casi servono a poco, rimane l’esperienza indicibile e forte dell’emozione. Grazie, anche agli ottimi interpreti. Grazie!

  3. Vincenzo scrive:

    Ho assistito, ieri sera, allo spettacolo e mi sono chiesto, mentre mi sforzavo di seguire Accorsi, come mai un interprete come te, Baliani, esperto di parola, non abbia consigliato meglio l’interprete?Tu parli di corpo… ma ti sei reso conto che Accorsi sa fare in scena un unico gesto con le mani e con le spalle? E con la voce, ha un unico timbro e pochissime intonazioni? Caro Baliani, perché scegliere Ariosto e un’opera in versi per un attore di questo tipo? I versi (dovresti saperlo, sei un attore!) hanno una loro logica interna (metrica-assonanze-rime);se poi il testo è narrativo, un attore deve essere in grado di raccontare dominando le parole. In tutta coscienza, ti pare che Accorsi sia un attore all’altezza di questa operazione? Io, ieri sera, ho visto solo una prova mediocre e presuntuosa. Mi dirai che il pubblico ha gradito molto e ha abbondantemente applaudito. E vero! E’ andata proprio così. Ma ha applaudito l’eroe de ‘Le fate ignoranti’ o l’ interprete di un spettacolo teatrale?

  4. elisa scrive:

    Salve Vincenzo , in realtà è stato Stefano Accorsi a scegliere Ariosto e a scegliere Marco Baliani per portare avanti questo progetto