Presupposizioni

Ieri (domenica) ero disperato: non avevo finito di leggere un articolo per un’antologia che sto curando per il CSLI (Center Study of Language and Information).  Avevo promesso commenti e alle 8 di sera ero solo arrivato a finire il primo paragrafo [“two notions of what is said”]. Scrivo all’autore – dell’Università di Barcellona – che risponde: prendila con calma: sto per iniziare le lezioni del master e non riuscirò a ritornare sull’articolo prima di metà febbraio. Sono salvo. Posso dedicarmi con tutta calma a leggere le tesine degli studenti.

Dicendo quanto sopra ho insinuato, senza dirlo esplicitamente,  che: (1) lavoro in un contesto prestigioso (la casa editrice americana); (2) come molti docenti universitari – passo la domenica a lavorare; (3) i colleghi con cui lavoro sono esempi di persone impegnate (4) ho comunque buoni rapporti internazionali (Barcelona è la Milano della Spagna e Stanford è una università USA rilevante); (5) lavoro comunque anche per gli studenti e mi dedico assiduamente alla didattica; (6) altre cose ancora.

Ho illustrato così un tema chiave della filosofia del linguaggio di oggi: il tema dell’implicito, di ciò che si fa capire senza dirlo: il sottinteso, ciò che viene “insinuato” oppure dato per presupposto. E’ una pratica che impariamo fin da bambini e che alcuni politici portano a livelli raffinati di quasi perfezione: far “passare” idee senza dirle esplicitamente.

Ma cosa possono fare i filosofi? Dare suggerimenti ai politici su come ingannare meglio gli elettori? Dare suggerimenti agli elettori su come non farsi ingannare dai politici? Beh; questa sarebbe “filosofia applicata”. La filosofia “teorica” degli ultimi decenni ha dedicato molte energie (= convegni, articoli, libri, ecc.)  ad analizzare il funzionamento dell’implicito nella conversazione (anche in Italia, ad es. con Marina SbisàClaudia Bianchi). A volte  si dice che i filosofi chiariscono a livello astratto i concetti che vengono poi sviluppati dalla scienza (magari in questo caso la linguistica). Ma non è facile fare distinzioni nette tra scienza e filosofia quando ci si trova di fronte a un problema da chiarire. Una volta Fillmore, un esperto di linguistica teorica, alla mia domanda se non stesse facendo “filosofia” mi rispose qualcosa come: ma vedi, non importa; ci sono dei problemi e stiamo cercando soluzioni; non è poi così interessante se questo si chiami  ora filosofia,  ora linguistica.

Si dice che i filosofi  fanno “teorie” o “analisi concettuale” (Williamson permettendo). Il problema è porre un limite alla fantasia dei filosofi; le loro teorie devono essere almeno psicologicamente plausibili.  Quest’anno, per la prima volta in vita mia, ho iniziato a lavorare davvero con psicologi: al Laboratorio di Psicologia e Scienze Cognitive di Genova  abbiamo iniziato una serie di esperimenti legati all’impegno mentale dei diversi “tipi” di presupposizione. Stiamo lavorando con il vecchio metodo dei “tempi di reazione”, ma anche con la verifica della correttezza delle risposte in condizioni “normali” e in condizioni di stress. In condizioni di stress infatti le nostre capacità cognitive sono ridotte. Mi fermo qui; non sappiamo ancora l’esito degli esperimenti, ma “testiamo” le nostre teorie.

Per dare un’idea della tecnica che ci è servita a costruire l’esperimento: a una recente conferenza con Cristiano Castelfranchi, una ragazza ha chiesto perché lei, che sapeva far bene l’hula-hoop (o in italiano “ùla-op”) da bambina, quando lo faceva vedere alla mamma sbagliava sempre. La risposta di Castelfranchi è che  sbagliava perché faceva due cose assieme: cercar di far bene l’ùla op e cercar di far buona impressione alla mamma. Lo sforzo cognitivo del secondo compito (far buona impressione) sottraeva risorse alle risorse cognitive usate per far bene l’ùla-op. Uno stress!

 

 

Se volete far bella figura a un esame, dimenticatelo! Vi toglie risorse cognitive. Meglio pensare al contenuto. Ma non è quello che suggeriva il vecchio Catone: “rem tene, verba sequentur?” (tieni ferma la questione/padroneggia la materia e le parole seguiranno). A proposito domani ho esami: seguiranno il vecchio detto gli studenti e le studentesse che si presenteranno?

 

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 23.01.2012
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4 risposte a Presupposizioni

 
Commenti
 
  1. Nicola Damassino scrive:

    “Se volete far bella figura a un esame, dimenticatelo!”: è proprio il caso di tenerlo a mente… ma non è così semplice ricordare di dimenticarselo; troppo spesso ho, come titola uno scritto di poesie di Dacia Maraini, “Dimenticato di dimenticare”.

    • Carlo Penco scrive:

      La voglia di fare bella figura (un tipico esempio di narcisismo, la malattia dei nostri tempi) è davvero rovinosa. Ti distoglie dal concentrarti sulle cose più importanti.
      Comunque l’importante è non dimenticare tutto quello che si è capito. Ma quello che si è capito “per davvero” raramente si dimentica. Mentre si dimentica facilmente quello che è stato orecchiato o semplicemente “letto”, magari due o tre volte. Per capire occorre sempre mettere in dubbio quello che si legge e provare a vedere che differenza fa da altro. Se un autore propone una tesi, in cosa questa tesi è diversa da quello che si dice di solito? Se non fa nessuna differenza, o quello che si legge è inutile (la tesi non dice niente di nuovo), o non si è capito bene.

  2. Velvet scrive:

    Umm, are you really just giving this info out for notinhg?

    • Carlo Penco scrive:

      @velvet: questo è probabilmente spam; ma è spam “intelligente”, uscito fuori assieme ad altri spam più scemi; quindi rispondo al contenuto concettuale del testo dello spam: yes, I am giving this info out for nothing, because I have been invited to do so. It is part of my job to participate to public discussion (at list for a little while). I think it useful for the development of culture in Italy. The commitment is very short (one week) and my teaching duties begin next week. I spend some time on that, but it is also an exercise in “divulgation” (I hope).