L’Orlando Furioso in sei metri per otto

Siamo arrivati a provare fino a pagina ventidue, l’intero testo arriverà, credo, alla fine a pagina quaranta. Non ne sono sicuro perché ogni giorno, provando, si aggiungono o si tolgono righe, intere sequenze di frasi. Spesso ne dobbiamo trovare altre perché quelle che avevo pensato non funzionano, cioè funzionavano sulla carta, in scrittura, ma appena vengono dette da una voce, in scena, suonano inesatte o false, o fuori ritmo.

Il fatto è che Stefano quando agisce, su mia indicazione, quella parte del testo, aggiunge sempre qualcosa di imprevedibile, un gesto, un’inflessione di voce, un errore, se il regista è rigido e attento solo a far sì che tutto accada secondo quello che aveva prefigurato, questi accadimenti imprevisti vengono scartati come anomalie, ma se invece uno impara a essere senza aspettative, aperto al cambiamento, allora gli attori, i loro corpi, le azioni che compiono, come prendono un oggetto, come si spostano nello spazio, come dicono quella parola, diventano fonte di possibilità drammaturgiche.

Devo essere molto attento, dedicarmi interamente a quello che succede, e al tempo stesso suggerire, avere intuizioni, scegliere, distillare. È il mio compito, insieme alla capacità di non innamorarsi di quello che si è creato. Qualche giorno fa abbiamo provato la scena in cui Astolfo lotta col gigante Orrilo, imbattibile perché ogni volta che in duello gli si taglia un braccio, una gamba oppure la testa lui se li riattacca, come un terminator dei nostri tempi.

Avevo scritto un testo molto bello, con ritmo, qui e là usando le rime dell’Ariosto rimontate in altra sequenza oppure aggiungendone di mie, insomma sembrava perfetto, e in sé lo era, ma poi quando siamo arrivati lì ho capito che era tutto da tagliare. Quell’avventura, in sé bella e raccontata bene, faceva perdere tempo al resto, provocava una interruzione troppo vivida che rischiava di compromettere l’intera storia. A malincuore l’abbiamo tolta, giorni e giorni di fatica per scriverla e provarla e ora non c’è più. Ma so che è giusto così… Come faccio a saperlo?Vado a intuito, per esperienze accumulate, sento che non va, come se non ne fossi più io l’autore ma uno spettatore qualsiasi che lo guarda da fuori, sento che è una questione di ritmo, di orecchio, ecco è come se quel pezzo stonasse. Però, a volte, la stonatura può essere un eccezionale momento di rottura, può servire a risvegliare l’attenzione. Non c’è una regola fissa o valida una volta per tutte. Penso che la creazione artistica si fondi sulla capacità di rarefare, di sottrarre, di scarnificare la materia accumulata.

Sono soddisfatto delle prove, lavoriamo intensamente, le musiche dal vivo di Nina le abbiamo provate più volte, ho registrato per lei il modo di dire quelle parole, lei parla italiano con forte accento francese ma questo non mi dispiace, in fondo lo scenario dell’Orlando Furioso è la Francia. Quando, al piano, s’è messa a fare il pezzo sulla gelosia, era molto bello, sembrava di essere entrati in un locale di Chicago, mi sono immaginato una luce bluastra dall’alto, come un cono, lei con la voce roca, Stefano che la guarda appoggiato al piano, una citazione di tanti film americani, un immaginario che tutti gli spettatori riconoscono al volo.

Ma un attimo dopo, l’immagine va rotta con un cambio improvviso di velocità narrativa.

Le prime ventidue pagine, a farle così, durano circa quaranta minuti.

La sfida del teatro è temporale oltreché spaziale, come si fa a contenere in un tempo limitato e in uno spazio di sei metri per otto tutto il mondo rocambolesco dell’Orlando Furioso?

Per fortuna il teatro non si misura sulla verosimiglianza, come invece fa il cinema, che per questo costa molto di più per essere realizzato.

Se Nina muove un mantice, di quelli per attizzare il fuoco nei camini, il suono che ne esce sembra un grande fiato, o grandi ali che si muovono, basta allora guardare su in cielo, che è il soffitto del teatro, e indicare il favoloso ippogrifo che lassù si muove, e tutti gli spettatori accetteranno e si stupiranno di quella visione.

Certo per riuscirci gli attori per primi devono veder davvero l’essere alato che li sovrasta. Tutta la verità impossibile di questa scena sta nella loro totale adesione immaginifica a quello che stanno vedendo. Se loro non vedono, non c’è mantice che tenga, nessuno lo vedrà.

Per rendere visibile l’invisibile serve molta arte.

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 18.01.2012
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2 risposte a L’Orlando Furioso in sei metri per otto

 
Commenti
 
  1. gia’scritto e’ stato acquisito? francesca

  2. OK MORANDO SERGIO Crocefieschi Genova Malpotremo Lesegno Italia Argentina San Morando scrive:

    Chissà in futuro..si potrà vedere un Film magari in tre D dell’Orlando Furioso un sogno possibile bello..Morando