La libreria di Prometeo

Nel saggio Il supermarket di Prometeo, il fisico Marcello Cini critica la scienza sempre più orientata “all’economia della conoscenza”, alla produzione di brevetti e merci. La vorrebbe più disinteressata e pubblica. Sì, certo, ma non è mai stata così pubblica nel senso di accessibile a tutti, spiegata, vantata, discussa, attaccata da esperti e non.

Il mio lavoro è di divulgarla, cerco di mantenere un po’ di distanza critica, di non entusiasmarmi troppo per ricercatori, strumenti, laboratori, ipotesi che ormai seguo da anni. Per le storie – la caccia al bosone di Higgs, il vaccino per l’Aids o la malaria – di cui voglio sapere come vanno a finire, e forse anche qualche lettore.

Così la settimana comincia con un giro fra gli scaffali della letteratura scientifica, forse trovo l’ultima puntata di uno dei miei feuilleton preferiti. La scansione tradizionale dei settimanali generalisti – martedì PNAS, giovedì Nature, venerdì Science – è finita dieci anni fa con le pubblicazioni anticipate on-line, e nel week-end spesso escono le anteprime dei mensili. In tutto sono circa 80.000 riviste, oltre un milione di articoli all’anno, più le presentazioni a convegni e seminari, le auto-pubblicazioni messe su arxiv.org, le decine di migliaia di blog scritti da addetti ai lavori. Chissà quante cose mi perdo.

Per non perderne troppe, do un’occhiata ai siti che raccolgono i comunicati stampa di riviste, centri di ricerca, università (quelle italiane latitano): Eurekalert, Science Daily, AlphaGalileo. Con un po’ di diffidenza. A volte è pubblicità ingannevole, certi uffici stampa, della NASA per esempio, non lesinano sugli effetti speciali: il famoso batterio del Lago Mono che nel proprio Dna doveva incorporare arsenico al posto del fosfato aspetta tuttora di essere confermato. Difficile che lo sia.

Sono una consumatrice fiduciosa, e ci rimangono male quando anche la fonte è ingannevole. L’articolo è passato attraverso il filtro della peer-review, la rivista ha un’ottima reputazione, il laboratorio ha le attrezzature necessarie, l’esperimento sembra ben allestito, l’interpretazione statistica dei dati complessa e raffinata, i margini di incertezza sono precisati con puntiglio. Ma l’anno scorso è stato battuto il record delle pubblicazioni ritrattate dagli autori per errori gravi – uno o due piccoli pazienza, si può pubblicare una correzione – o perché altri ne avevano scoperto e denunciato le falsificazioni.

In questo caso però, niente comunicato stampa, niente copertura mediatica. E qualcuno crede ancora che il vaccino trivalente contro morbillo, rosolia e parotite sia la causa dell’autismo.

 

 

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 9.01.2012
Condividi:

4 risposte a La libreria di Prometeo

 
Commenti
 
  1. carlo scrive:

    La peer-review non è una protezione assoluta dagli errori – anche se è meglio che niente. Il lavoro di Wakefield sul rapporto tra vaccino trivalente e autismo era – pare – non solo errato ma anche fraudolento. Ma l’editore del Lancet aveva uno scoop sensazionale e ha pubblicato il pezzo anche perché provocatorio.
    D’altra parte – come ricorda Susan Haack (Epistemologia XXXIV 2011) – la scoperta dell’inganno di Wakefiels non mostra nemmeno che non vi sia connessione tra vaccino trivalente e autismo: “il numero dei bambini con diagnosi di autismo è cresciuto in un periodo in cui le vaccinazioni infantili erano diventate routine; e qualche scienziato congettura che può essere coinvolto il mercurio del tiomersale.” [usato nei conservanti del vaccino]
    E’ quindi un po’ frettoloso dire con disdegno che c’è chi crede ancora che vi sia relazione vaccino-autismo; l’articolo di Wakefield era errato, ma non è senza motivo che “la controversia cova ancora sotto la cenere”. Potrebbe anche essere che l’aumento del tasso di autismo sia un’illusione data dall’adozione di una definizione di autismo più ampia. Il problema, in questi casi, è che siamo ancora lontani dall’aver individuato con chiarezza le cause e le connessioni tra vaccini e autismo, e la ricerca deve ancora dare una risposta ragionevolmente affidabile.
    In molti casi la conclamata presenza di errori madornali causati da un cattivo uso della peer review, e dalla smania di protagonismo delle riviste scientifiche, possono portare a stereotipi negativi ed essere d’intralcio alla discussione serena di ipotesi ragionevoli. Diversi studi hanno mostrato che né il vaccino né il tiomersale causa l’autismo, ma non è escluso che bambini con particolari predisposizioni possano essere colpiti (una soluzione sarebbe di chiedere dosi di vaccino senza conservanti:)).
    Quello che infastidisce negli scienziati è che spesso con grande sicumera assumono posizioni decise su un problema per avere letto o scritto un articolo sperimentale (per poi cambiare idea subito dopo). Forse una piccola dose di esplicita incertezza aiuterebbe.

  2. Sylvie Coyaud scrive:

    @Carlo
    “dose di esplicita incertezza”
    Wakefield aveva solo certezze, infatti, nonché – si è poi scoperto – brevetti per tre vaccini separati e un business plan che doveva renderlo miliardario.
    Tutti gli studi che ho visto smentiscono la correlazione tra thimerosal (con organo-mercurio, non con metil-mercurio tossico). L’unico che la confermava sbagliava le statistiche e gli autori avevano anch’essi un conflitto d’interesse. Come Wakefield, erano pagati dai gruppi anti-vaccinazione per produrre rapporti e consulenze nei processi per risarcimenti.
    Il dato più convincente, trovo, è che la popolazione vaccinata è in lieve calo da 15-20 anni, mentre le diagnosi di autismo continuano ad aumentare e in USA, più velocemente dal 2002, cioè da quando non c’è più thimerosal nei vaccini .

    “Sicumera”
    è vero, ma di solito tra loro evitano di vantarsi.

  3. Carlo Penco scrive:

    Il problema è quello di avere a disposizione i dati aggiornati. Parte dei miei dubbi erano ispirati a un bell’articolo di Susan Haack che dovrebbe essere pubblicato sull’ultimo numero di Epistemologia del 2011. La sua (e la mia) era una provocazione: sappiamo che Wakefield era un lestofante. Ma questo non ci impedisce di dubitare che quello che lui sosteneva, con dolo, per interessi privati possa avere una qualche probabilità.

    Non sapevo però della correlazione tra aumento di diagnosi di autismo e assenza di timerosale nei vaccini. Ovviamente “correlation is not causation”, ma è comunque un’evidenza a favore del fatto che il tiomersale FORSE non era un fattore di rischio.

    Il dato più “convincente” è il rapporto tra calo dei vaccini e aumento delle diagnosi di autismo. L’aumento delle diagnosi di autismo peraltro potrebbe essere semplicemente dovuta a un cambiamento dei criteri di definizione dell’autismo. E questo è un aspetto che spesso viene sottovalutato, ma è centrale per fare statistiche affidabili.

    Le esigenze della industria farmaceutica (che fa anche tanto bene, e meno male che c’è; ma a volte la ricerca del profitto ha la meglio sulla ricerca tout court) tendono ad far allargare sempre più le definizioni di malattie per poter vendere sempre più farmaci (La facilità con cui si attribuisce la sindrome di “attention deficit disorder” (ADD o ADHD) rischia di imporre farmaci oltre il dovuto a ragazzi solo un po’ irrequieti e disattenti; certo io in USA dovrei andare subito da un medico e farmi curare io stesso…) .

    Gli scienziati evitano di vantarsi tra di loro perché sanno che possono essere facilmente contestati. Ma potrebbero portare qualcosa dell’incertezza della scienza anche nel colloquio con i “profani”. La scienza non è mica una religione!

  4. sylvie coyaud scrive:

    @Carlo Penco
    una religione con gli error bars, p= delta sigma ecc. sarebbe originale!

    Sono d’accordo con lei, certe “nuove patologie” sono inaccettabili – timidezza adolescenziale, quindi farmaco? Ma vedo che non è ancora uscito il DSM -V, forse qualcuno fa resistenza.