La diplomazia degli enti locali

Oggi debbo andare in Regione per un incontro con altri amministratori. E sto estraendo dall’armadio la marsina del diplomatico.

I municipi hanno bisogno di una realtà intermedia che renda leggibile e sensata la pianificazione: non c’è dubbio. Se, però, essa è geograficamente limitata per risolvere davvero varie questioni infrastrutturali; se deve, in altre parole, mediare a sua volta con altre realtà omologhe confinanti, promuovendo, suo malgrado, una diplomazia inter-istituzionale nella quale figurano, quali ambasciatori accreditati, sindaci di grandi comuni, presidenti di provincia, assessori influenti o di riferimento, talvolta assessori regionali, allora il risultato finale e paradossale, almeno per un osservatore semi-esterno, è un Congresso di Vienna permanente, nel quale è l’elemento negoziale e non quello strategico, a prevalere. Intendiamoci: la negoziazione è sempre inevitabile. Ciò che sarebbe evitabile è il punto di partenza, in genere assai basso e frazionato, della discussione: se gli enti provinciali fossero più vasti, se la campagna elettorale e i programmi dei presidenti avessero già scontato una certa quota d’indirizzi chiari, in modo che fosse pacifico da dove si comincia, tutto sarebbe più semplice, più trasparente, più produttivo. Invece noi, rappresentanti degli enti locali, ci troviamo troppo spesso a dover improvvisare, esaurendo nella ritualità delle conferenze la nostra capacità di far valere un punto di vista sensato: ci accontentiamo di vincere duelli verbali o mediatici, ma ci sfugge l’essenziale, o non calcoliamo adeguatamente il rapporto costi/benefici delle varie opzioni sul terreno, a meno che non siamo stati allertati da specifici attori interessati (di norma parziali). Ci servirebbe una corte di sherpa, di sagaci e occhialuti consiglieri, come all’Onu o a Bruxelles: ma i piccoli comuni non possono permettersela e i grandi non è detto che abbiano selezionato funzionari e dirigenti per questo compito delicato.

E poi c’è una questione di formazione, alla base di tutto. Benché diplomatici del comune o della provincia, non tutti abbiamo un codice comune di riferimento: non siamo come al Congresso di Berlino o a quello di Versailles, dove la formazione di base e i rituali sociali comunque producevano una trama d’informazioni condivise. Vi sono amministratori che utilizzano codici di tipo puramente propagandistico/evocativi per lo più, ma non dettagliati; altri, più scafati, che mostrano qualche nozione tecnico-giuridica, e cercano di venderla al meglio; pochissimi riescono a superare il narcisismo della carica per affrontare in termini razionali il nodo della progettazione strategica, assai difficile da impostare causa l’evidente necessità di tenere insieme una qualità “visionaria”, eminentemente politica, con una tecnico-pratica, ispirata al principio di realtà. In genere, si finisce col dire che, circa i punti più contrastati, si cercherà una soluzione “politica”: ma che cosa significhi “politica” – mediazione esterna, a prescindere dalla materia del contendere; approfondimento in ambito più vasto; scambi più o meno razionali; accordi brutali del genere: “tu mi dai, io ti do” – nessuno lo stabilisce a priori. Si dirà: ma, i partiti non hanno funto da facilitatori preventivi? In genere la risposta è “no”: in primo luogo, perché i partiti, ad ogni latitudine, non progettano quasi più nulla in proprio; in secondo luogo, perché la carica politico-amministrativa rafforza un’autoreferenzialità territoriale, talvolta sinceramente grottesca.

Non avrei mai immaginato non di rappresentare, ma di essere percepito come “Forlì”, nei consessi fra leader di enti locali, tanto da essere chiamato non con il mio nome, ma col nome della “mia” città: un’apparentemente innocua declinazione antropomorfa che ha molti corollari, in fatto di abusiva estensione del carattere del sindaco o del presidente della provincia a quello dei suoi amministrati (tipo: “i forlivesi sono capziosi”, “i forlivesi sono simpatici/antipatici”), o di costruzione di un “pensiero istituzionale” avvitato su un punto di una carta geografica.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 31.01.2012
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Una risposta a La diplomazia degli enti locali

 
Commenti
 
  1. Daniela scrive:

    Caro amministratore,
    la situazione che descrivi è il risultato della “democrazia del benessere” del “sistema paese”. Paradossalmente è il frutto degli interessi di tutti, dove neanche i partiti sanno più esprimere un pensiero politico chiaro. Mi auguro che questa crisi economica sappia riportare attraverso la presa di coscienza del sacrificio comune, un nuovo modo di agire, dove a prevalere siano davvero i principi e obiettivi COMUNI e non certo quelli del proprio campanile.
    E allora la saluto con una citazione da Serge Latouche: “che la crisi s’aggravi!”.