il falso problema della scelta tra 25 e 26

Alle 8,30 erano già lì ad aspettare. Ma io sono passato da una porta interna e ho avuto mezz’ora per riordinare le idee. Le tesine caricate su AULAWEB o mandate via mail sono ormai tutte trasformate in .doc (odio .docx e non amo .odt) e dovrei aspettarmi max una decina di studenti. Sono una quindicina: è il primo esame subito dopo la fine del corso e aspetto il “grosso” per il 7 Febbraio. E ora il problema di sempre: come dare i voti?

Ma vi rendete conto? All’Università italiana, stremata dal continuo flusso di riforme e appesantimento burocratico (al limite del delirio, come accade sempre quando si vuole riformare un atteggiamento etico a furia di normative) si continua a usare il giudizio d’esame in punteggi da 30 per i singoli esami e 110 per la tesi di laurea.

Ammetto che so poco di docimologia, e parlo da inesperto. Mi domando: ma è possibile usare un metodo di votazione che risale a quando tre Illustri Professori si riunivano in toga per dare ciascuno una valutazione da 1 a 10 ai pochissimi studenti che frequentavano l’Università, o quando si riunivano in 11 per dare ciascuno una valutazione da 1 a 10 per la tesi di laurea? (di solito eccellente, perché pochi frequentavano l’Università, e quei pochi erano selezionati e motivati).
[la foto (origine) ritrae Rasetti, Fermi e Segrè in toga per un esame di laurea]
Ma oggi è un po’ diverso: prima di tutto un professore è sempre preso da altro  [i miei esami sono stati intervallati da una riunione sugli accorpamenti forzati dalla Legge Gelmini, con l'eliminazione del  Dipartimento di filosofia inferiore a 40 unità e costretto accorparsi ad altri per avere i "numeri giusti"]; poi non ha la toga, non ha tempo, non è assieme a due altri professori, al massimo è con un cultore della materia (dottore di ricerca o simile) e deve fronteggiare in un anno un numero di studenti impensabile agli inizi del ’900.

Cosa deve fare? cercare disperatamente di capire se dare 28 oppure 27 oppure 26 oppure 25. Scherziamo?

Mi viene in mente il riflesso dell’armadillo di cui parlava Baroncelli, il riflesso  –selezionato evolutivamente – a tirare su la testa per vedere cosa accade. In un’autostrada del Texas questo riflesso del passato serve solo a essere travolto più in fretta da una macchina. Porsi i problemi delle differenze di voto da 18 a 30 è un riflesso coatto, che valeva giustamente in un’altra epoca, e che ora fa solo perdere tempo e risorse mentali a discapito della sopravvivenza della cultura universitaria.

Non a caso in USA e altri paesi si usano classificazioni più spicce del tipo “insufficiente, sufficiente, buono, ottimo”: robe tipo A,B,C,D, troppo rozze per le raffinate valutazioni bizantine di chi ha tempo per soppesare la differenza tra un 25 e un 26 in una scala da 0 a 30!

 

Ammetto: nei compiti scritti in classe dò 10 domante da 3 punti ciascuna o 6 domande da 5 punti per arrivare a 30 esatto. Mi domando sempre se ne vale la pena…

 

Ma in Italia si usa ancora molto l’esame orale, e credo sia una utile esperienza per lo studente (anche per gli studenti stranieri “Erasmus” che non sono abituati a questo).
Mi domando sempre quanto essere severo. Ovvio che un professore può sempre fare domande tali da bocciare uno studente e in tutti gli Atenei si trovano casi di esami che occorre dare più e più volte prima di “passare” (guarda caso spesso a Medicina e comunque solo con esami obbligatori). Potrei essere severissimo! Ma a cosa serve? Cosa devo valutare? Se uno studente, che andrà presumibilmente a lavorare al McDonald, comprenda le più sottili distinzioni della semantica e delle pragmatica, o se abbia capito qualcosa del problema di cui parla?  Sul triennio almeno tendo a scegliere il secondo caso. Sono un buonista?

Si dice che “il medico pietoso fa la piaga purulenta“. Il problema è: come fa il prof. di filosofia a individuare la piaga? Dove riesce a trovare il punto debole nel pensiero dello studente in modo tale da scoprirlo impietosamente per farglielo capire? Se il problema è questo, allora una volta che lo studente ha capito dove ha sbagliato, il compito del prof. all’esame è terminato. E porsi il problema se la risposta vale 25 o 26 è davvero un falso problema.

 
Commenti (8) Trackback Permalink | 24.01.2012
Condividi:

8 risposte a il falso problema della scelta tra 25 e 26

 
Commenti
 
  1. Lacritica scrive:

    “Potrei essere severissimo! Ma a cosa serve? Cosa devo valutare? Se uno studente, che andrà presumibilmente a lavorare al McDonald, comprenda le più sottili distinzioni della semantica e delle pragmatica, o se abbia capito qualcosa del problema di cui parla? [...] Sono un buonista?”
    No, caro prof. Penco. Lei non ha solo rispetto dell’istituzione nella quale insegna e soprattutto non crede nel futuro dei suoi studenti. Non è buonista.

    • Carlo Penco scrive:

      Grazie mille del commento che mi permette di evitare equivoci dati da un topo forse troppo leggero.

      Non mi è chiaro cosa vuol dire “Lei non ha solo rispetto dell’istituzione”. Forse vuol dire “Lei non solo non ha rispetto dell’istituzione”. Se è così, allora mi sento toccato, dato che il mio esame è uno di quelli considerati “difficili”.

      Io credo che sia sbagliato cercare, specialmente nel triennio, di far arrivare tutti a un livello di grande raffinatezza; semplicemente molti non ce la fanno, e allora voglio da loro il massimo di quello che “possono” fare. Quello che non si sa è che gli studenti che arrivano al triennio sono ormai MOLTO diversi tra loro per educazione, cultura, capacità, età (variano dai 20 ai 70 anni, dati i molti adulti che vogliono costruirsi una cultura). Occorre tenere presente questa diversità, e nello stesso tempo essere realisti e non “illudere” gli studenti delle materie letterarie dicendo loro che basta studiare e troveranno lavoro.

      Non è che non credo nel futuro dei miei studenti; il problema è che mi rendo conto che il loro futuro non è facile, e non è dato per scontato (*). Comunque privatamente, un dottorando con cui collaboro spesso mi ha scritto: “altro che falso problema, dai 18 o mandali a casa!”. E qualche volta faccio proprio così. Forse dovrei farlo di più.

      (*) Il riferimento al “McDonald” è un richiamo a una battuta che ricorre spesso nelle chat degli studenti americani, che spesso criticano gli studenti di filosofia che si credono superiori: “cosa vi credete superiori? intanto andrete a lavorare al McDonald come tutti!”. Ma è ovviamente una battuta scherzosa. Incoraggio gli studenti di filosofia a cercare nuove prospettive di lavoro, e molti ne trovano di interessanti. A Genova qualche anno fa abbiamo anche fatto un master di scienze cognitive per gli studenti “umanistici”, master che è servito a più d’uno (anche se non a tutti) a trovare lavoro. Non è la mancanza di fiducia negli studenti. E’ il numero e la disoccupazione italiana (per un certo periodo ho insegnato a circa 300 studenti all’anno; non riesco a immaginare che lavoro avranno trovato, ma ogni tanto trovo studenti contenti e realizzati: chi lavora in una ditta che organizza congressi, chi fa il formatore di personale, chi lavora a centri di orientamento professionale, ecc. ecc. Spero che questo aiuti a disambiguare quello che ho detto in tono scherzoso…

  2. Nicola Damassino scrive:

    “Lei non ha «solo» rispetto dell’istituzione nella quale insegna e soprattutto non crede nel futuro dei suoi studenti”: credo che il commento di Lacritica si debbe leggere “Lei non ha «semplicemente» rispetto dell’istituzione nella quale insegna [...]“. Mi verrebbe da supporre che l’autrice non conosca il professore, ma siccome si rivolge a lui con “caro prof. Penco” sono portato a presumere il contrario; e allora credo che le cose siano due: o le parole scelte non sono tra le più felici (dato che -credo di poter affermare a buon diritto- non rispecchiano per nulla la realtà); oppure il commento è stato male interpretato (forse ironico?)… un esempio, per restare in tema, delle “sottili distinzioni della semantica e della pragmatica”.

    • Carlo Penco scrive:

      @damasippo:

      il problema dello scambio di idee tra persone che non si conoscono può creare grande confusione proprio perché non si sa quali siano le presupposizioni condivise (e quindi anche le implicature basate su quelle presupposizioni).

      In particolare è difficile capire bene quando si scrive qualcosa in modo ironico o serio. Per questo farei meglio non esagerare con l’ironia, che può anche essere scambiata per sarcasmo (a meno che non voglia essere sarcastico, ma anche qui potrei essere frainteso). La cosa migliore sarebbe scriver in modo “no-nonsense”, cioè dire solo pane al pane e vino al vino. Ma questo rischia di rendere un post così noioso che poi nessuno lo legge. Meglio rischiare qualche fraintendimento che far addormentare di noia chi legge!

  3. Lacritica scrive:

    @Damassino
    Il “caro prof. Penco” era ironico; non conosco l’autore di questo articolo. Il “solo” era da interpretarsi come semplicemente: nell’arrabbiatura che mi ha causato quest’articolo è finito in una collocazione infelice.

    @Penco
    Grazie per la sua risposta, intanto. Conosco gli studenti del triennio, questa umanità variegata. Il suo cinismo tuttavia, perché in questo modo ho interpretato il riferimento a McDonald, è così forte che potrebbe scoraggiare qualcuno a intraprendere un percorso universitario oppure a mollare in itinere. Certamente l’università di oggi ha dei seri problemi, che riguardano – come ha sottolineato lei – l’accesso, troppo soventemente indiscriminato, di un grande numero di studenti.
    Però lei livella tutta la questione sostenendo che il 26 o il 25 siano questioni di lana caprina. Il sistema valutativo forse non è dei migliori, ma non è questo il punto. Come professore mi pare che lei si accontenti, quando sostiene che tanto valga premiare (questo lo deduco da quel che ha scritto) chi almeno ha capito qualcosa. Ma loro, gli studenti, con questo sistema valutativo che idea possono farsi delle proprie competenze?
    Non è forse già nel triennio che uno studente potrebbe o dovrebbe capire se per lui è il caso di continuare a studiare? Se si lascia correre non si rischia invece di farli finire tutti alla specialistica, e poi magari al dottorato, senza che mai nessuno abbia mostrato a questi studenti la loro piaga purulenta?
    Sebbene, col senno di poi, sappia perfettamente che spendere sei mesi della propria vita chiusi in casa per un esame – poniamo – di storia dell’arte sia una leggerezza (e anche un lusso dal punto di vista economico) che non verrà ricompensata in nessun modo, sono grata a quei professori incontrati nelle facoltà umanistiche che ho frequentato i quali mi hanno mostrato senza pietà le mie debolezze e le mie difficoltà, facendomi capire che solo chi “comprenda le più sottili distinzioni della semantica e delle pragmatica” è tagliato per formulare almeno il desiderio di intraprendere la carriera accademica. Perché per questi folli professori che ho incontrato, anche se con un bassissimo senso della realtà, quelle più sottili differenze erano questione di vita o di morte. E se uno insegna all’università è giusto che lo pensi, anche a scapito dell’essere realistici. In fondo si è lì per studiare, non per ottenere un lavoro. Altrimenti che si vada all’agenzia per l’impiego. Oppure al McDonald, dove la laurea non mi pare sia obbligatoria.
    Non è sbarrando all’entrata che avremo un’università migliore: perché a diciotto anni puoi essere povero, limitato, avere una famiglia di capre alle spalle, ma se vuoi studiare la possibilità ti deve essere garantita. Ciò che in Italia non esiste – per nessuno, forse – è l’obbligo da parte dell’istituzione di testare i progressi che compie chi ne fa parte: studenti o professori.

    • Carlo Penco scrive:

      @superb: touché. Gli studenti che hanno studiato tanto mi hanno rimproverato di essere troppo “lasco” con quelli che hanno studiato poco.

      Ma resta il punto: il prof. che soppesa la differenza tra il 25 e il 26 perde davvero tempo. Semplifichiamo questo stupido modo di dare voti a badiamo di più all’essenziale.
      E l’essenziale è scoprire e curare le piaghe purulente. Se dovessi farlo a fondo, dovrei respingere (quasi) tutti gli studenti. Quindi mi comporto come in una situazione estrema: curo solo le piaghe peggiori, quelle più evidenti. E con un minimo di successo. Ricordo uno studente che è tornato due volte per una tesina che alla fine ha fatto con risultati modestissimi, ha trovato questo la sua più grande fatica di tutti gli anni di università, La sua tesina alla fine era di livello davvero basso “in assoluto”, ma era davvero il massimo che lui fosse in grado di fare. Lei dice “Non è forse già nel triennio che uno studente potrebbe o dovrebbe capire se per lui è il caso di continuare a studiare?”. In effetti lo capisce benissimo, e all’esame lo capisce ancora meglio. Il mio punto è far capire agli studenti che cosa sono capaci di fare, e non giocare con le sottili differenze di inutili voti. O uno è davvero bravo, o è accettabile o è sufficiente. Basta. Essere costretti a questa girandola di voti fa solo male al nostro modo di rapportarci a studenti e a esami e crea falsi problemi. L’esempio del medico si può leggere in varii modi: una strada è dare brutti voti quando uno studente non capisce e mandare via lo studente; un’altra è concentrarsi nel far rendere conto allo studente che non ha capito, cosa non ha capito e perché. Senza preoccuparsi troppo dei voti. Io seguo la seconda. E ogni tanto dò qualche 18 o chiedo di ritornare (di solito questo accade quando vedo che uno ha copiato da internet; chiedo di fare una “tesina” anche brutta e con parole proprie che non una tesina bellissima, ma scopiazzata).
      Non vorrei però essere uno di quei “folli professori con un bassissimo senso della realtà”. Credo che gli studenti debbano imparare anche il senso della realtà, e capire il senso di quello che studiano, anche se non sempre i dettagli. Non è questione di vita o di morte sapere la differenza tra senso e riferimento, o il ruolo dei designatori rigidi nella semantica di Kripke. Solo, se non capisci queste cose, perdi un’occasione di vedere qualcosa in più, di avere uno strumento in più per capire la realtà che ti circonda. Io voglio che gli studenti capiscano questo, non che diventino degli “esperti” di cose che si dimenticheranno da lì a due anni.
      Per “testare” i progressi degli studenti qualcosa si fa, specie a livello di biennio e di dottorato. Per i professori sta iniziando finalmente la “valutazione nazionale”, dove sarà obbligatorio valutare i progressi nella ricerca dei docenti. Può guardare il sito dell’ANVUR. E’ un inizio, ma – con tutti i suoi limiti – promette bene.

  4. Lacritica scrive:

    Caro (e questa volta senza ironia) Prof. Penco,
    la ringrazio per aver trovato il tempo di rispondermi e di spiegare meglio la sua posizione. Ora capisco e in larga parte condivido.
    Non vorrei essere pedante, ma è una “coperta corta” e, credo stavolta saremo d’accordo: la strada “dare brutti voti quando uno studente non capisce e mandare via lo studente” non dovrebbe essere percorsa… altrimenti a che serve per lo studente e il prof. aver perso tempo nell’esame e nella valutazione?
    Del resto, l’altra strada “concentrarsi nel far rendere conto allo studente che non ha capito, cosa non ha capito e perché”, è faticosa, e talvolta – spesso troppo di frequente – viene percepita anche come una perdita di tempo.
    Lei mi ha scritto riflessioni suggerite dal migliore dei mondi possibili, ma, ancora una volta, credo non dissentirà se le scrivo che “capire il massimo che uno studente può dare” è spesso una fatica improba, e che talvolta non si riesca davvero a comprenderlo. Ho incontrato, purtroppo, anche professori che nella loro testa avevano un ideale livello di conoscenze o un certo tipo di approccio alla materia, congiunti a un ideale retroterra culturale, oggi svuotato dei significati e dei valori di cui era costituito (“lei ha fatto il classico?”, l’esame cominciava così): chi si conformava aveva 30, chi se ne discostava voti più bassi. Non mi sorprendeva, ma mi pareva paradossale, che in questo caso i triennalisti che avevano più di 30 o 40 anni, e più esperienza alle spalle, avessero i voti migliori.
    Altri ancora tendevano a valorizzare un background familiare – che tentazione diabolica! -, che nulla aveva a che fare con l’autentico desiderio di conoscenza dello studente. A tal proposito segnalo questa bella recensione
    Infine, per quel che riguarda l’Anvur. Ma a che pro? In America i professori che conseguono determinati risultati ricevono più fondi. Le università ti sventolano davanti al naso il loro ranking nelle classifiche. In Germania i professori possono essere “declassati”. Questo, da noi, non accadrà mai.
    Grazie!

    • Carlo Penco scrive:

      @lacritica
      grazie per il commento e la denuncia di atteggiamenti ancora troppo comuni.
      Sull’ANVUR: ” Ma a che pro? In America i professori che conseguono determinati risultati ricevono più fondi. Le università ti sventolano davanti al naso il loro ranking nelle classifiche. In Germania i professori possono essere “declassati”. Questo, da noi, non accadrà mai.”

      Io sono al fondo un ottimista, anche se l’ANVUR rischia sempre una deriva burocratica. Mai dire mai. L’ANVUR dovrebbe essere l’inizio di una strada che inizia a dare più fondi alle Università in cui si fa più ricerca “certificata” (grossomodo seria; articoli su riviste scientifiche e non articoli su giornali o blog come questo, che fa parte della “diffusione” e non della “ricerca”).
      E’ solo l’inizio, in Inghilterra lo fanno da almeno 50 anni, noi da 0 anni. Ci vorrà del tempo e probabilmente io non vedrò i risultati. Ma il risultato principale è che quando inizierà a funzionare i professori ci penseranno due volte a chiamare il “raccomandato di turno” che non pubblica e non fa ricerca, ma è solo appartenente a una qualche “lobby” di amicizie o parentele. E la “raccomandazione” invece di una cosa che si fa di nascosto, potrà essere ufficiale (come è in tutto il mondo accademico civile) e chi fa una raccomandazione per una persona che non vale … ci perderà la faccia.