I costi della mazza da hockey

Venerdì = Science, un articolo su come ripulire l’atmosfera dai gas serra e fermare il riscaldamento globale in modo (quasi) indolore, e l’Economist. Un’eredità. Mia madre lo leggeva almeno dal 1959 perché ricordo che alle medie mi hanno confiscato il numero con in copertina due gentlemen in bombetta che si tengono teneramente per mano e il titolo “Non sanno cosa si perdono, ma non è un buon motivo per punirli” ( a memoria, non me l’hanno restituito).

La sezione scienza & tecnologia è una festa. In generale, mi piacciono: la gerarchia delle notizie, i corrispondenti in tutto il mondo, i titoli e le didascalie ironiche, l’irriverenza, gli errata corrige sulla stessa pagina dov’è stato commesso l’errore. Certi editoriali guerrafondai mi mandano in bestia, da pacifista sto per disdire l’abbonamento, poi aggiorna sulla condizione femminile, da femminista lo rinnovo.

Sulla realtà del riscaldamento globale l’Economist è stato incerto fino a cinque-sei anni fa, da allora ne riferisce puntualmente. I capi redattori si saranno accorti che le previsioni fatte dai modelli climatici degli anni ’60 e ’70 si erano verificate, presumo. Merito delle leggi della fisica, non certo della potenza di calcolo di allora.

Ormai i modelli ricorrono anche fuori dalla sezione scienza. Il briefing ”Natural Disasters. Counting the cost of calamities” di oggi, per esempio, dice che nessuno è in grado di attribuire con certezza una siccità, un’alluvione o un’ondata di caldo ondate al riscaldamento globale. Ma i costi di ogni evento aumentano senza tregua (mentre le vittime diminuiscono) e i cambiamenti climatici aggravano quegli eventi insieme alla situazione dei paesi più poveri. Per attutirne l’impatto, ci vogliono investimenti in infrastrutture che non si possono permettere.

On line, i commenti ad articoli simili negano molto di rado il riscaldamento globale. Invece lo negano regolarmente, spesso con frasi identiche, sul sito del New York Times o della BBC.

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Sembra che più è confermata la teoria dell’effetto serra (nasce con Théorie analytique de la chaleur, Joseph Fourier, 1821) e più si manifesta una minoranza ostile che nei paesi anglosassoni si esprime con violenza. Mike Mann è perseguitato da dieci anni per aver commesso da post doc nel 1998 – insieme a due ricercatori più stagionati – la curva detta a mazza da hockey. Proponeva un metodo per accorpare nella temperatura media dell’emisfero nord dal ’400 in poi, misure di fenomeni diversi, ognuna da tarare con il suo margine d’errore, una spaghettata di curve da cui estrarre una tendenza che le riassumesse tutte: l’andamento del clima.

“Hockey stick” originale, pregevole pezzo d’antiquariato tratto da Mann, Bradley & Hughes, Nature, 1998: manico tratteggiato in nero per la tendenza secolare, zigzag grigi per le oscillazioni decennali, idem ma tratteggiati i margini di errore (cospicui, ma era un primo tentativo…).

Secondo tentativo del 1999: la lama finalmente si vede e il manico inizia nell’anno mille. Riproduzione del III rapporto IPCC, 2001.

Come altri suoi colleghi, Mike Mann riceve anche minacce di morte. In USA abbondano armi e chi le usa, sono un po’ preoccupata. In Italia per fortuna le armi sono verbali. Anonimi commentatori, noti professori o famosi editorialisti accusano gli scienziati di truffare l’intero pianeta, di essere “inaffidabili e maneggioni” (Pierluigi Battisti, Il Corriere della Sera, 12.12.2011 ), venduti al potere e traviati dall’ideologia (prof. Franco Prodi, La Repubblica, 20.5.2011), catastrofisti e bugiardi (Angelo Beccaria, La Stampa 26.5.2010 et passim) o con epiteti che non si addicono a una signora (prof. Franco Battaglia, Il Giornale, 24.12.2010 et passim)?

Capisco che dei cristiani neghino la teoria dell’evoluzione, da un lato è più recente, forse sperano ancora che crolli, dall’altro è in conflitto con una fede che considerano il valore supremo. Ma per credenti o meno, quale conflitto può esserci con le leggi della termodinamica o di Clausius-Clapeyron?

Quella piccola fronda dev’essere anche colpa di noi cronisti delle ricerche. Da decenni stiamo sbagliando qualcosa e quelli dell’Economist sembra di no, ma che cosa?

 

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 13.01.2012
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