Grandi lezioni, piccole esistenze

La mia giornata è cominciata alla grande. Bologna, Santa Lucia: laurea ad honorem al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Rito medievale, tanto latino nell’aria e, soprattutto, una memorabile lezione del Presidente, che ha collocato con precisione il “caso Italia” nel quadro europeo. Se il “disincanto”, il “distacco dalla politica” hanno creato e creano, in tutto il continente, reazioni “incerte” e “problematiche” da parte delle leadership, da noi, in virtù della “soluzione Monti”, si è ristabilito quell’approccio legale-razionale (per usare un termine caro a Max Weber), che altrove è stato surclassato dalla scorciatoia populista. Ciò non toglie che il ruolo dei partiti sia “ineludibile”: “questo – ha ribadito Napolitano – è l’argomento estremo e insuperabile”. Ma come faranno i partiti ad “autorinnovarsi”, alimentando una visione “non demoniaca” della politica? Per il Presidente, legato ad una tradizione di “politici/praticanti” di solida formazione, la risposta sta nella dimensione culturale, “umanistica” oltre che “tecnica”, che dovrebbe essere assunta quale elemento selettivo e qualificante della nuova élite. Un discorso alto, senza dubbio.

Lo ascoltavo mentre me ne stavo nel mio recinto, la platea, prevalentemente “abitata” dai politici. Intorno, sulle gradinate, i miei colleghi dell’Alma Mater, in toga o vestiti normalmente. Mi è venuto spontaneo chiedermi che cosa potessero pensare di me. La fascia tricolore dà un senso di protezione, ma alimenta anche una sovraesposizione a tratti sgradevole. Sarà perché ho imparato a fatica ad essere “uomo pubblico” (ero così riluttante a farlo, che durante le primarie accettai di affiggere manifesti con la mia faccia solo alla fine della campagna); sarà perché sento acuto il senso della responsabilità civile che la carica di sindaco comporta: ma il tarlo dell’adeguatezza/inadeguatezza fa parte integrante del mio quotidiano. A distanza di oltre due anni e mezzo dall’elezione, il tarlo non genera più la sensazione di vertigine di fronte all’ignoto dei primi mesi; talvolta, piuttosto, un senso di spaesamento e di dissipazione, dovuto al percepirsi in luoghi e contesti non produttivi, non utili, non costruttivi.

Ha ragione Napolitano: c’è un problema “formativo”, alla base. Gli eletti possono essere il frutto casuale di congiunzioni astrali o di cursus honorum accuratamente studiati, ma sono privi di una base di valori di riferimento comuni, anche quando militano nello stesso partito. Di qui una negoziazione permanente, che coinvolge pure il terreno relazionale e rende impraticabile, se non quando un’imprevista empatia irrompe nel rapporto, quell’ordito di fiducia, prescindendo dal quale è impossibile dar vita a qualsiasi qualcosa, piccola o grande che sia.

Mi sono reso conto che la stragrande maggioranza dei miei colleghi “professionisti”, ai vari livelli istituzionali, non sente questo problema: la politica vive di contatti superficiali e di strumentalizzazioni permanenti, quindi perché preoccuparsi? Io, invece, mi ostino a credere alla natura pre-politica della relazione politica: al fatto, cioè, che vi debba essere un impulso umanitario (o “umanistico”, direbbe il nostro Presidente) a gettare ponti fra le persone per risolvere problemi collettivi. Se non c’è, e può benissimo non esserci, tutto si risolve in decisioni polverizzate, frammentate, slegate; in percorsi destinati a intersecarsi nella più completa casualità; in un’esibizione muscolare di un potere meramente ostativo.

Ecco perché, nell’aula magna di Santa Lucia, questa mattina, ho misurato la distanza che separa la lezione ispirata di un grande statista dalla condizione psicologica ed esistenziale di un sindaco di provincia. E ho provato, lo ammetto, un brivido lungo la schiena.

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 30.01.2012
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4 risposte a Grandi lezioni, piccole esistenze

 
Commenti
 
  1. Pasqualino Cameli scrive:

    Il problema è l’educazione.Educare allo spirito civico,
    educare alla bellezza,educare alla tolleranza ,educare allo spirito di Patria,edeucare alla cultura,educare all’onestà.
    Il ns. paese ha dimenticato cosa significa educare ed insegnare alle nuove generazioni.Una democrazia si nutre di nuovi sogni ma bisogna sempre iniziare da un minimo comune denominatore
    che oggi non esiste piu’. Le associazioni i partiti come li abbiamo intesi fino a pochi anni fa non esistono piu’, al loro posto bande di disperati a sostegno di tizio o di caio nella consapevolezza che solo la vittoria (di loro ) puo dare denaro. Tanto denaro. Oggi è l’unico partito che tutti comprendono da destra a sinistra ma, non è quello che puo trasformarci in una Grande nazione. Solo l’educazione e quindi il rispetto puo far uscire questo paese dalla palude in cui è precipitato. Fraterni saluti

  2. Giorgia Picchi scrive:

    E’ proprio vero che occorre ritornare a credere nel Bene Collettivo e nella Comunità. Mi chiedo però se sia sufficiente parlare delle istituzioni, leggere la Costituzione, raccontare ai nostri studenti la Storia e le storie delle singole individualità che hanno fatto il nostro paese per formare dei cittadini consapevoli.
    Il Presidente della Repubblica è un grande uomo che ha capito che è nell’educazione di un paese che si forma lo Stato … ma occorre agire in fretta per dare dei segnali concreti ai nostri figli. Forse ci vengono i brividi lungo la schiena perché sentiamo la grande responsabilità di dover dare delle risposte concrete. La gente ha bisogno di cambiamenti per credere di nuovo nella bellezza della vita. Spero sempre che i miei studenti possano provare quel grande senso di rispetto e di gratitudine che ho provato io quando ho cominciato l’università, spero che ascoltino con fiducia le parole degli adulti, che dovrebbero pensare a loro. Spero, per loro e per me stessa, di poter ricominciare a credere nella politica (soprattutto in quella di provincia). Giorgia Picchi

  3. Antonio Rudilosso scrive:

    Posso non essere d’accordo con chi assai più autorevolmente di me sostiene che “il ruolo dei partiti è ineludibile”? Posso, con le dovute argomentazioni, affermare invece che sono proprio i partiti la strozzatura in cui qualsiasi virtuosa azione politica perde ogni connotato etico per diventare merce, moneta per scambi attuali o futuri? Non intendo fare alcuna dissertazione antropologica, bensì registrare fatti che potranno essere usati per condividere o meno se il ruolo dei partiti è “argomento estremo e insuperabile”.
    Vengo da un’esperienza amministrativa vagamente simile a quella che sta attraversando il professor Balzani: sindaco per quattro anni e mezzo di una cittadina del sud, ventiduemila abitanti, Floridia non ha piste ciclabili come Forlì, la differenziata l’ho trovata all’1% e per portarla al 12% ho impiegato due anni. I primi dodici mesi ho lavorato solo per pagare i debiti pregressi. Qua giù un sindaco vale solo se mantiene in vita il palio o se fa tante feste. Uso queste esemplificazioni a cui mi costringe la blog-narrativa per rivendicare il diritto di dissentire pacatamente dall’affermazione iniziale: è proprio la “forma-partito” la principale – ma non unica – causa di ogni inefficienza amministrativa e di gran parte degli sperperi di denaro pubblico. I partiti sono solo detentori di pacchetti di voti, sono strumenti di ricatto incrociato, sono centri di veto, sono collettori di personale da adibire alla politica a prescindere dalle effettive abilità, sono macchine che hanno bisogno di produrre consenso e profitti. Tutti, indistintamente.
    Essendo stata questa la mia esperienza, mi spiega perché, egregio professor Balzani, dovrei essere d’accordo col Presidente della Repubblica? In quattro anni e mezzo non ho mai visto né intravisto alcun impulso umanitario o valoriale o etico in nessun partito. Ho incontrato solo professionisti della politica che decidono di tenerti in vita finché sei utile, o di staccare la spina quando non servi più: cosa c’è di ineludibile in tutto ciò?
    Così come non faccio analisi, non avanzo proposte, tranne una: il doppio mandato invocato da Grillo non è sufficiente a moralizzare la politica. Il mandato deve essere singolo. Poi tutti a casa. Serve a poco dimezzare i parlamentari, anzi direi che è una misura che indebolisce la rappresentanza democratica: è assai più urgente eliminare la riproducibilità elettorale, a qualsiasi livello.
    E chi dovrebbe risolvere i problemi della nostra democrazia? Il dibattito culturale? La pressione popolare? La disperazione giovanile? I travagli interiori miei e suoi, professor Balzani? Macché: ci penseranno i partiti.
    Antonio Rudilosso

  4. Mariagrazia scrive:

    Secondo me si tende a sopravvalutare un po’ l’importanza dei partiti, e persino dei governi e dei parlamenti, nella politica. Proviamo a pensare a quello che sconvolgerebbe, sul piano politico, una signora morta nel 1912 che si risvegliasse adesso. Io direi che sarebbe, in primo luogo, vedere una ministra del lavoro, una presidente di Confindustria e una leader del maggior sindacato gestire le sorti dell’economia italiana con un occhio ad una cancelliera tedesca. E poi donne magistrato, medico, carabiniere… E poi il cambiamento del diritto di famiglia. Ma quale è stato il partito o il governo o il Parlamento della parità fra i sessi? prima, in pratica, nessuno. Nemmeno Mazzini fece molto più che parlarne nei “Diritti dell’Uomo” ma la Costituzione della Repubblica Romana non ne parla nemmeno. Poi, in teoria, tutti. Il femminismo ha vinto senza diventare mai un partito e senza andare al governo in quanto tale. E il suo oggetto era la metà dell’umanità, mica una minoranza etnica da sistemare con quattro soldi. Lo stesso si può dire, più o meno, di quasi tutte le altre “novità”. Non è certo principalmente per opera di partiti o governi che si è diffusa la coscienza ecologica o il concetto del rispetto degli animali che poi hanno ispirato leggi in parlamenti di ogni colore. Non è per opera di un partito “pacifista” che gli Europei sono refrattari alle guerre molto più degli Americani. Non è per le vittorie elettorali di socialisti, cattopolitici o chi per loro che non si accetta più l’idea che qualcuno muoia di freddo perchè ha fatto la cicala tutta la vita. E, del resto, non è il Nazismo che ha inventato l’antisemitismo nè il komeinismo che ha inventato il fanatismo islamico, visto che c’erano già prima. Insomma a me sembra che la politica sia il cavallo e la partitica sia la mosca cocchiera. Certo adesso il cavallo è un po’ scocciato e vorrebbe un insetticida. Ma come dimostra il governo Monti, solidamente appoggiato dal cavallo non ostante la faticaccia che gli sta propinando, quando il gioco si fa duro le mosche partitiche si scansano e la politica ricompare (perchè è ricomparsa eccome nel cosiddetto governo tecnico) non ostante loro. Se non fosse così, se non sapessero benissimo che decide il cavallo, avrebbero provato ad andare alle elezioni. Il grande statista pare abbia capito benissimo che l’ultima cosa che il cavallo vuole quando c’è da far politica sul serio è l’ennesimo statista o presunto tale. Perciò ha ingaggiato un pre-partitico professore. Sarebbe andato bene anche un sindaco di provincia, credo. Prepartitico anche lui però, e perciò politico. Cavalleresco, direi.