filosofi anonimi

Era Aristotele che era un genio o sono gli ingegneri che sono un po’ ignoranti? era la domanda che ci ponevamo noi  filosofi a un convegno negli anni ’80 dove si presentava CYC, l’enorme base di conoscenza informatizzata. Gli ingegneri del CYC avevano individuato, intrecciando centinaia di migliaia di dati, alcune categorie generali:  tempo, luogo, relazione, azione, situazione… Perbacco: avevano  scoperto qualcosa come le categorie aristoteliche (…più o meno). Solo che Aristotele le aveva pensate ragionandoci sopra, gli ingegneri le avevano “estratte” empiricamente da un incrocio di dati.

[sopra: esempio di ontologia CYC - 2002]

Però, e non solo da CYC in poi, gli ingegneri si sono dedicati a fare ontologie, sia ontologie regionali, sia ontologie generali. Rubano il mestiere ai filosofi? Stanno facendo filosofia senza saperlo? Per Roberto Casati probabilmente sì, perché nelle loro discussioni – oltre a costruire sistemi che dovrebbero funzionare – cercano di mettersi d’accordo su come organizzare i concetti: fanno opera di “negoziazione concettuale”.

In Prima lezione di filosofia infatti Casati sostiene una tesi su cosa è la filosofia: la filosofia è l’attività di negoziazione  concettuale (basata ovviamente sull’analisi costi/benefici) e il filosofo è un negoziatore concettuale. In un ambiente in cui il mercato è tutto – come ci insegnano i nostri economisti e i nostri primi ministri – l’idea che far filosofia sia “negoziare” sulla base di “costi e benefici” calza a pennello.

Poi vado a vedere gli esempi di negoziazione concettuale – che dovrebbero essere appunto esempi di filosofia: la discussione sulla definizione di matrimonio per la costituzione italiana, discussione che ha coinvolto  Aldo Moro, Lelio Basso, Giorgio La Pira, Palmiro Togliatti, Giuseppe Dossetti  e altri (una discussione divertente e istruttiva che ci riporta all’epoca dei grandi politici che ci hanno dato la costituzione repubblicana). E poi la discussione di avvocati in un tribunale statunitense sul problema se considerare un certo oggetto un’opera d’arte oppure un utensile (e quindi far pagare o meno una tassa per iportazione di utensili da cucina). Ecco i filosofi paradigmatici: politici e avvocati.

Mi è venuto così in mente il teologo Karl Rahner che sosteneva la tesi dei “cristiani anonimi”. Tutti sanno che ci sono persone buone e giuste al mondo, ma si dice “extra Ecclesia nulla salus” (fuori della Chiesa non c’è salvezza). Come possono salvarsi le persone buone e giuste? Ecco la risposta: queste persone buone e giuste sono cristiani, ma non lo sanno. E’ solo semplice ignoranza la loro: sono “cristiani anonimi”. Ma davvero, se lo sapessero, si considerebbero “cristiani”?

Allo stesso modo, si potrebbe dire, Lelio Basso, Palmiro Togliatti, Giuseppe Dossetti, che discutono su come definire il matrimonio nell’articolo 29 della Costituzione, e gli avvocati, che difendono o criticano l’idea che un certo oggetto rientri o non rientri nella categoria di oggetto artistico, sono tutti “filosofi anonimi”: fanno filosofia, ma non lo sanno. Ma davvero, se lo avessero saputo, si sarebbero considerati “filosofi”?

Certo Casati ha qualche ragione. Una cosa sono i filosofi di professione, un’altra tutte quelle persone che, all’interno della loro professione, “prendono le distanze dall’agire o operare nella professione e rivolgono a quanto stanno facendo uno sguardo filosofico” (p.61). Ma allo stesso modo sono ingegneri le persone che cercano soluzioni ingegneristiche a problemi di vario tipo (meccanici, civili, navali, ecc.); oppure siamo tutti architetti quando studiano come arredare un appartamento o immaginiamo come si dovrebbe ristrutturare una città,  tutti chimici quando cerchiamo nuove combinazioni di ingredienti in cucina; tutti psicologi quando ragionano sugli altrui stati mentali, e tutti avvocati quando discutiamo di chi ha ragione o torto.

Ma quando si insegna ingegneria, si passa da un atteggiamento a un metodo, e così per le altre professioni o attività. E qual’è il metodo della filosofia? Non c’è e non ci può essere risponde Casati; le filosofie sono troppe e troppo diverse, e la ricerca di un metodo o di un canone è destinata al fallimento: ci sarebbe sempre qualcuno che non lo riconoscerebbe come tale. Lo metterebbe appunto in discussione (facendo appunto negoziazione concettuale).

Dummett insisteva sulla necessità di conoscere la logica, come parte della “cassetta degli attrezzi” del mestiere del filosofo. Casari dice che si può ragionare anche senza conoscere la logica (niente di più vero). Ma non si possono affrontare problemi complessi di ontologia, epistemologica, filosofia del linguaggio e della scienza senza conoscere la logica. E i problemi che si poneva Aristotele – e oggi si pongono gli ingegneri che costruiscono ontologie per il semantic web – non si possono  affrontare per davvero senza conoscere la logica.

Casati propone una negoziazione concettuale: mettiamo d’accordo nel chiamare l’attività filosofica “negoziazione concettuale” come definizione necessaria a sufficiente per capire chi fa filosofia. In questo modo dà spazio a tutti, ermeneuti e  fenomenologi, analitici e  continentali, filosofi-logici e filosofi-poeti. E’ un tentativo immane, e si sa che più si allarga l’estensione più si restringe l’intensione, la quale diventa sempre più generale, magari necessaria ma non sufficiente.

Un problema riguarda i filosofi anonimi che, a differenza degli alcolisti anonimi – che sanno di essere alcolisti ma vogliono restare anonimi –  non è sempre detto che si vogliano riconoscere nella categoria del “filosofo”, e forse, come gli alcolisti, vorrebbero smettere di esserlo o di essere considerati tali:

“Per Dio!” – potrebbe dire Dossetti – “non sono certo un filosofo, ma un vero politico, e ho difeso i valori cristiani”; “Per Bacco” – potrebbe fargli eco Togliatti – ”io non ho fatto filosofia, io ho fatto vera politica difendendo i valori della laicità”.

 

P.S. Casati comunque aiuta i docenti di filosofi (me compreso) che stimoleranno gli studenti a nuove professioni (mediatori culturali?) e comunque anche a uno stile: invece di lasciarsi travolgere dalla pratica del lavoro ogni tanto sospendere e ragionare su quello che si sta facendo. Magari con vantaggi per lo stesso lavoro.

 

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 28.01.2012
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4 risposte a filosofi anonimi

 
Commenti
 
  1. Bianchetti Andreino scrive:

    Mi accontenterei molto meno di “negoziatore concettuale”, mi basterebbe arrivare al “mio” pensiero. Pcoo o tanto, siamo tutti schiavi di schemi e metodologie, per cui anche il semplice vivere diventa un aggrapparsi ad abitudini e convenienze standard. Il giogo della modernità impone “in primis” la spersonalizzazione, l’aggiramento volontario delle proprie decisioni, per cui i tuoi voti o preferenze non servono a niente. Il linguaggio è diventato implicito, si sottointendono molte cose e alla fine la confusione è grande. Affiorano tante mezze verità, di certo e di sicuro non rimane niente; il tutto avviene in breve tempo. Una legge ha mille eccezioni, per cui è come non ci fosse. I preposti al negozio dei concetti, presentano metodologie diverse, spesso contrastanti. Presto si fa a diventare litigiosi e ad guerreggiarsi, anche sui principi fondamentali. L’interesse personale ha invaso tutti i mendri dell’animo, per cui se anche uno volesse impegnarsi in qualcosa di positivo per la società, viene tagliato fuori dal consorzio umano. La logica salta di pari passo, tutto il sociale, tutta la convivenza pubblica, ritirandosi sempre più in un privato illusorio e sacrificale. L’economia di mercato non può procedere all’infinito, e proprio perchè gli uomini stanno vertiginosamente aumentando di numero, spariranno cancelli e steccati, razze e idiomi per far spazio alle nuove generazioni a cui basterà poca terra per sopravvivere.

    • Carlo Penco scrive:

      @Bianchetti
      Lei tocca temi enormi, ma quello principale mi pare sia quello della paura di non riuscire ad avere un “proprio” pensiero. Per arrivare a questo occorre ascoltare i pensieri altrui, specialmente quelli “ripuliti” dagli interessi e mezze verità. Mi ha colpito un’asserzione su cui sono perplesso:

      “La logica salta di pari passo, tutto il sociale, tutta la convivenza pubblica, ritirandosi sempre più in un privato illusorio e sacrificale.”

      Devo dire che non capisco cosa sia il “privato illusorio e sacrificale”. Chi studia logica trova semplicemente dei mezzi con cui chiarire il proprio pensiero e lavorare ad imprese di alto valore sociale. I progetti di ricerca in logica applicata riguardano problemi di grande importanza, come il problema della gestione democratica delle scelte sociali. Per fare solo un esempio, non è difficile trovare dei logici (penso a Dario Palladino a Genova o a Michael Dummet di Oxford) che si sono dedicati a studiare i problemi dei sistemi di voto. E’ uno dei temi da lei toccati nella discussione; come rendere i sistemi di voto tali da avvicinarsi il più possibile a scelte condivise e a una vera democrazia? A un “nostro” dottore di ricerca che aveva fatto una conferenza a Pechino hanno chiesto come quello che diceva avrebbe potuto influenzare lo sviluppo democratico. Tema difficile da trattare in Cina, ma non importa la risposta ma la domanda: lo studente cinese aveva capito che nello studio della logica c’è un potenziale rivoluzionario: in logica ci si mette d’accordo su come usare le regole e non si può “sgarrare”. In questo senso la logica è una palestra di democrazia, dove non vale il prepotente o il confusionario, ma tutti sono uguali di fronte al compito da realizzare.

      P.S. su un’altra suo asserzione: “Il linguaggio è diventato implicito, si sottointendono molte cose e alla fine la confusione è grande”.
      Quando comunichiamo non possiamo evitare aspetti “impliciti”, come ho cercato di evidenziare nel mio primo blog. E’ un tema delicato e difficile, e l’implicito non è necessariamente una cosa negativa. Parliamo sempre su uno sfondo di credenze più o meno condivise che non “tiriamo fuori” se non in casi eccezionali. In effetti uno dei lavori della logica è rendere esplicite certe assunzioni nascoste, e tanto altro. Un noto filosofo americano, Robert Brandom, ha intitolato un suo libro “Making it explicit”; cioé “Rendilo esplicito”. Con questo voleva indicare una strada: comprendere un pensiero vuol dire rendere esplicite le sue premesse, e capire le sue conseguenze. Ecco cosa vuol dire avere un “proprio” pensiero: sapere giustificare quello che si dice e impegnarsi a riconoscerne le conseguenze.

  2. Roberto Casati scrive:

    Grazie davvero per la discussione, molto utile! Due punti:

    @Penco “Casati propone una negoziazione concettuale: mettiamo d’accordo nel chiamare l’attività filosofica “negoziazione concettuale” come definizione necessaria a sufficiente per capire chi fa filosofia. In questo modo dà spazio a tutti, ermeneuti e fenomenologi, analitici e continentali, filosofi-logici e filosofi-poeti. E’ un tentativo immane, e si sa che più si allarga l’estensione più si restringe l’intensione, la quale diventa sempre più generale, magari necessaria ma non sufficiente.”

    Beh, non proprio: da un lato allargo l’estensione ad includere i filosofi non professionisti, ma dall’altra la restringo assai nel campo dei filosofi professionisti o comunque istituzionalmente riconosciuti come filosofi. Soprattutto se pensi a come molti storici della filosofia si considerino filosofi a tutti gli effetti. O se pensi ai “filosofi” ispirati, forse quelli che tu chiami filosofi-poeti. Tutte figure professionali che vanno benissimo, non ho nulla contro di loro e li frequento volentieri, ma che data la concezione di filosofia come negoziato concettuale filosofi non sono.

    @Penco: “In un ambiente in cui il mercato è tutto – come ci insegnano i nostri economisti e i nostri primi ministri – l’idea che far filosofia sia “negoziare” sulla base di “costi e benefici” calza a pennello.”
    Non mi piace! Costi e benefici sono un aspetto del lavoro filosofico, e comunque gli esempi che faccio danno un’idea di quanto lata sia la concezione dei costi e dei benefici, non parliamo certo di un’utilità facilmente misurabile, se poi si può misurare l’utilità, e ancor meno monetizzabile. Il fatto è che a un certo punto sei di fronte a delle scelte, e queste scelte hanno dei costi, che tu lo voglia ammettere o meno. Tra i costi (intollerabili, probabilmente) ci sono anche quelli legati al rinunciare ai propri princìpi.

    • Carlo Penco scrive:

      @casati/1. Però i filosofi-poeti (mmm…Heidegger? lo dichiara lui stesso nel dialogo con un giapponese…) hanno un tratto della filosofia che li accomuna ai filosofi-logici. La ricerca della verità, sia pur con mezzi diversi. E questo in effetti per molti è non negoziabile. In effetti se sei convinto di un argomento o hai prove “irrefutabili” di un teorema, non sei tanto disponibile a “negoziare”, ma vuoi convincere o persuadere. Quando Leibniz critica Locke e dice che “nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu…nisi intellectus ipse” sta negoziando la nozione di intelletto o sta sostenendo una tesi contro Locke? Forse tutte e due le cose, in questo caso. Ma certo è impossibile dare una definizione omnicomprensiva dell’attività filosofica: “filosofia” è un predicato di somiglianze di famiglia: è facile riconoscere un filosofo e distinguere i vari stili di filosofia, ma non sai dire cos’è in modo preciso senza “tagliare fuori” alcuni, ad esempio quei filosofi puntuti che non voglio negoziare alcunché; vogliono che la verità venga alla luce (o con una dimostrazione logica o con un’intuizione a seconda degli stili).

      @casati/2. Touché. La mia era una boutade polemica che individuava nell’idea del filosofo come “negoziatore di concetti” una ricerca di consenso sullo “spirito del tempo”, dove il negoziare regna sovrano (anche se ammetto che, come genovese, amo molto la negoziazione, discutendo sul prezzo di ogni acquisto).

      Sfrondata dalla vena polemica, l’idea dei costi e benefici è fondamentale ovunque, anche in ogni dialogo (se un discorso è troppo difficile la prima domanda è “val la pena di faticare (un costo) per ottenere cosa (beneficio)?”; e ogni volta che parli quale sforzo minimo devi fare (costo) per ottenere di essere compreso (beneficio)? //teoria della rilevanza//

      Indovinare il giusto equilibrio tra costi e benefici è una delle più affascinanti scommesse di ogni scelta, filosofica e non. Grazie per averlo ricordato.