Esercitare l’attenzione: un allenamento allo stupore per percepire il mondo come fosse sempre allo stato nascente

Stiamo provano a mettere in scena l’Orlando Furioso dell’Ariosto, è una bella sfida, in scena ci sarà Stefano Accorsi che deve entrare e uscire da un bel numero di personaggi e cambiare voce e ritmo di continuo. Nel testo ho mantenuto quasi sempre la struttura delle rime, non solo quelle originali dell’Ariosto, molte altre le ho inventate, scrivendo nuovo testo, ma sempre rispettando il gioco compositivo dell’autore, quella leggerezza ludica con cui l’Ariosto riesce a trattare le vicende umane e i conflitti sentimentali dei personaggi.
Accanto a Stefano Accorsi c’è Nina Savary, che, oltre a suonare e cantare con una voce molto bella e particolare, dovrà spesso intervenire con battute, a dialogare con Stefano, o a contrastarlo.

Ma non vi voglio ora parlare dei contenuti e del linguaggio, magari ve ne parlo domani.
Oggi vi voglio raccontare concretamente quello che succede quando si comincia un giorno di prova, o perlomeno quello che succede nel mio modo di fare teatro.

Per prima cosa, sia quando lavoro, come in questo caso, con soli due attori, sia quando sono molti di più, occorre che tra loro si crei una speciale sintonia, un affiatamento totale, in modo che ognuno conosca bene come è fatto l’altro, che corpo ha, come si muove, come reagisce, insomma gli attori devono prestarsi un ascolto eccezionale, essere sempre all’erta, tesi uno verso l’altro, complici e solidali.
Per arrivare a tale relazione serve molto tempo e tanta fatica, è un lavoro fatto di esercizi corporei, esercizi che pratico io stesso da anni, una sorta di allenamento all’attenzione, a uno speciale grado di attenzione.

Oggi Stefano era tutto sudato, col fiatone, eppure ha un fisico atletico, fa palestra e si mantiene in forma, ma si è lui stesso meravigliato della fatica che occorre per essere così attenti, il sudore non veniva dal movimento fisico soltanto ma dal fatto che doveva sempre essere in risonanza col tutto.

È una forma di allenamento allo stupore, che fa percepire il mondo come fosse sempre allo stato nascente. Con questi esercizi i sensi si dilatano, si amplificano e cominci a sentire e vedere dettagli, cose, emozioni, sia fuori che dentro di te, che ti sorprendono per la loro lucentezza.
Per dirla alla Stephen King penso che sia un lavoro sulla luccicanza.L’attore per me deve essere come un atleta ai blocchi di partenza.
Quando sta lì, sui blocchi, un attimo prima che la pistola spari il colpo, quello è un momento magico che anche gli spettatori sportivi conoscono, una sospensione dell’anima, in quei corpi c’è in potenza tutta la forza che potranno poi esprimere nella corsa ma ancora trattenuta da una tensione spasmodica.

Quando dirigo i miei attori gli dico che vorrei che anche quando sono fermi, immobili, addirittura fuori scena, si sentissero così, pronti a scattare, una immobilità in tensione, fremente.
Lo spettatore deve percepire i corpi degli attori come fossero legati tra loro da fili elettrici invisibili, fili che si dipanano a toccare ogni altro punto dello spazio scenico.

Solo dopo questa preparazione è possibile cominciare a dire un testo, a emettere parole. Se non c’è un corpo vigile ed eccezionalmente attento, anche le parole escono piatte, scontate, prive di risonanza.

Tutto questo richiede, come dicevo, del tempo, un tempo di puro spreco energetico, dove si producono azioni e immagini e relazioni che nessuno spettatore vedrà mai, esperienze in sovrappiù, forme di conoscenza di sé e degli altri che serviranno a costruire i frammenti di quello che poi diventerà lo spettacolo finale.
Quello che alla fine gli spettatori vedono è il distillato di una grande vendemmia che ha richiesto ore e ore e giorni di tentativi, errori, intuizioni.

Il teatro, come qualsiasi forma d’arte, non può essere contenuto nel tempo normale, deve avere un suo calendario segreto, i giorni d’erba, come li chiamo io, che non assomigliano in nulla ai giorni di paglia della vita quotidiana.

Appena entro nella sala prove, anche in questo piccolo spazio sotterraneo del teatro Ambra Jovinelli di Roma, entro in un altro tempo, che ancora non c’è, ma che devo costruire col lavoro, un tempo di scoperte esistenziali, di trasalimenti, di sorprese, e di fatica. Ma una fatica gioiosa.

 
Commenti (5) Trackback Permalink | 17.01.2012
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5 risposte a Esercitare l’attenzione: un allenamento allo stupore per percepire il mondo come fosse sempre allo stato nascente

 
Commenti
 
  1. Maurizio Giordo scrive:

    bé, ora capisco meglio quello che M. Baliani ci chiedeva durante un laboratorio, se pur breve, in un bosco sardo.
    la cosa bella, e nn succede spesso, é che quando dirigendoci nn gli bastavano le parole era lui stesso ad agire, buttarsi in terra, sudare con noi. questa attitudine é un gran stimolo per l’attore che avvolte le cose spiegate nn le capisce. a presto Marco

  2. Isabella Carloni scrive:

    si quest’attitudine all’ “attenzione ” che fa parte del nostro lavoro quotidiano sulla scena è anche il pane dei poeti caro Marco. Cristina Campo ci ricorda che ogni fiaba perfetta ci mette a parte di quell’amorosa “attenzione” che è rieducazione di un’anima affinché dalla vista si sollevi alla percezione…qualcosa che ha molto a che fare con la tua “lucentezza” non trovi? Buon lavoro

  3. iolanda scrive:

    Il vostro è un lavoro meraviglioso, bravi!

  4. mario giovanni scrive:

    bellissimo questo racconto di Baliani sulle prove! assolutamente affascinante, vero! E molto utili per far capire al pubblico cosa accade prima del debutto di uno spettacolo. Grazie!

  5. Antonella scrive:

    Dopo aver seguito ieri la rappresentazione, leggere in retrospettiva il sudore, i tentativi, gli errori e la giostra che hanno portato a quel risultato moltiplica il godimento dell’opera in sé. Davvero un complimento sincero per quello che avete creato.