Circumbinario

Nella galassia, la maggior parte delle stelle simili al Sole si orbitano a vicenda, sono delle binarie. A settembre si era scoperto il primo pianeta che le orbita: Keplero 16 (il disco nero in questa immagine Caltech/K. Hurt per la NASA), ribattezzato Tatooine come la terra natia dei fratelli Skywalker. Oggi vedo che attorno a Keplero 34 e 35 c’è addirittura una coppia di pianeti circumbinari. Non è escluso che ce ne siano altri, già così è un sistema solare piuttosto movimentato. Gli autori dell’articolo concludono:

Sarà interessante esplorare gli effetti degli alti e bassi di insolazione sulla dinamica dell’atmosfera e… in ultima analisi, sull’evoluzione della vita sui pianeti circumbinari abitabili.

Prima che si scoprisse il primo pianeta extra-solare nel 1995, la frase sarebbe stata considerata déplacée (su Nature, la fantascienza va in ultima pagina). In meno di una generazione è diventato scienza tout court.

Sui quotidiani, la regola è di dare una notizia scientifica per volta e in una di astronomia conviene saltare accenni al clima e all’evoluzione. Abbinare temi e ricerche come soli e pianeti creerebbe confusione nella mente del lettore. Forse, ma se si associano nella mia che non ha niente di speciale, allora anche nella loro. Proviamo.

Con ecologia teorica-clima e proteomica-ambiente, verrebbe un po’ così. L’altro giovedì, sui Proceedings of the Royal Society B è uscito un paper di Mark Urban et al. e il giorno dopo uno di Sandra Garrett e Joshua Rosenthal anticipato da Science.

Intitolato “In rotta di collisione”, il primo propone un modello (sono dappertutto) di ecologia dinamico-sistemica che prevede il tasso di estinzione di specie collegate, in funzione dei cambiamenti climatici. Un hot topic nel ventesimo anniversario del vertice di Rio 1992. Gli altri modelli sono troppo ottimisti, scrivono gli autori, perché trascurano la competizione per le “nicchie” più confortevoli e la velocità di dispersione, un orso ci mette di più a traslocare di una farfalla. Ne esce uno scenario deprimente.

Sandra Garrett studia le differenze tra l’Octopus vulgaris – vulgaris a chi? vedi note – che vive a 30° C nella barriera corallina sotto il suo laboratorio all’università di Portorico, e gli eleganti Pareledoni che vivono a 1,8° C, sotto la stazione McMurdo, in Antartide. Ambienti opposti, specie parenti che hanno geni diversi per le proteine del termostato? Macché. Il Dna è uguale, l’Rna messaggero che ne trasmette le istruzioni per far una proteina pure. Solo che l’Rna subisce un editing da parte di enzimi che cambiano il suo messaggio e quindi la proteina.

Per i biologi, la cosa importante è la scoperta che basta l’editing ad adattare i cefalopodi all’ambiente; non c’è bisogno di mutazioni casuali e conseguente eliminazione dei poveretti che sono senza da parte della selezione naturale. Ma si tratta di un meccanismo dell’acclimatazione a breve o dell’evoluzione in generale? E ce ne sono altri?

Serviranno altre ricerche per capirlo. Nel frattempo, l’editing dell’Rna c’è in tutti gli animali e il modello di Mark Uban diventa meno deprimente: ha trascurato i cefalopodi acclimatati a 30° e a 1,8°, belli, intelligenti (1) e più trasformisti di Fregoli (2). Non è detto che finiscano bolliti dal riscaldamento globale.

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(1) Rif. i lavori di Graziano Fiorito, della stazione Anton Dohrn di Napoli – famosa anche perché un suo Octopus vulgaris ha saputo aprire il tappo a pressione e a vite di un barattolo di gamberetti secchi, lasciato per sbaglio a portata di tentacolo.

(2) No? L’Amphioctopus marginatus, un cefalopode indonesiano, si mette sul cefalo gusci di noci di cocco buttati in mare, per difendersi dai predatori; se ne fa una villa; ci si siede dentro e rema sul fondale con i podi; e altri si travestono da noce di cocco con 6 braccia a mo’ di turbante sul cefalo per ingannare i predatori.

 
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