A te, spettatore, completare le immagini

 
Orlando che con Sobrin finita avea la guerra
ad aiutar Brandimarte verso Gradasso si disserra
tosto s’incrudelisce  e inaspra la battaglia
chi tocca, chi para, chi scocca
ogni colpo a piastra o maglia
schioda e rompe e a straccio taglia
 
È la scena del duello finale tra tre paladini cristiani e tre paladini saraceni. Ma è solo un frammento, ci sono altri sei blocchi simili, che ho riscritto ricavandoli da frammento sparzi di altri duelli presenti nell’Orlando Furioso.
Se fossimo in un film noi potremmo vedere tutta la scena molto nitidamente. Il regista, aiutato dallo scenografo ha preventivamente visitato diverse locations fino a trovare il posto giusto per girare la scena. Orlando e gli altri sarebbero lì in carne e ossa, vestiti secondo i costumi dell’epoca, a cavallo, con tutte le armi addosso, con lance, spade,  corazze. Guardando lo scorrere delle immagini saremmo di sicuro catturati dalla verosimiglianza della battaglia, dalla bellezza delle armature, dalla forza dei colpi, dai colori del paesaggio, dal sangue che scorre.

Ma non ci sarebbe mai permesso immaginare altro duello, altri gesti, da quelli a cui stiamo assistendo. Possiamo forse registrare nella memoria qualche frammento di quelle immagini, per poterle  raccontare poi a qualche amico, ma di sicuro non saremmo noi a crearle nella nostra immaginazione. Esse sono state temporalmente girate e catturate altrove. Stiamo guardando immagini che  appartengono al passato anche se tutto il disperato sforzo del cinema è quello di darci l’illusione di essere nel presente di quelle sequenze.
Ora proviamo a trasferire questa stessa scena in un teatro. In  così poco spazio a disposizione è impossibile contenere l’azione, col paesaggio, i cavalli e i paladini duellanti.

Non possiamo più cercare una verosimiglianza, diventeremmo patetici.
Potremmo avere i quattro attori che interpretano i personaggi, i suoni della battaglia potrebbero essere registrati o distorti o ancora prodotti dalle voci, le spade potrebbero essere solo movimenti delle mani, i cavalli potrebbero essere incorporati negli attori, come fossero centauri. E così via.
Qualsiasi sia la soluzione creativa, i mezzi usati sono potenti mezzi di simbolizzazione, metafore dell’invisibile, invenzioni creative che hanno lo scopo di permettere al pubblico di immaginare e vedere quel duello.
L’insieme dei materiali presenti sulla scena  suggeriscono qualcosa che non c’è. Il resto lo creerà  il pubblico.

C’è però un’altra soluzione, quella che stiamo sperimentando in questi giorni. L’attore Stefano Accorsi è solo, non c’è nulla sulla scena, da solo  racconterà  l’intera  sequenza del duello, dovrà far sentire con la voce i colpi inferti, con pochi gesti indicare il succedersi delle azioni, lo scontro, il moltiplicarsi dei corpi in lotta. Questa soluzione è antica come il teatro stesso.

In ogni epoca il teatro ha usato la figura dell’aedo che  si insinuava sulla scena del dramma, così da permettere visioni di spazi e tempi altrimenti impossibili  da rappresentare. Il messaggero entra e narra cos’è accaduto prima del tempo in cui la tragedia si svolge, il vecchio pastore narra di come ha trovato Edipo sulla cima del monte Citerone.
In questo nostro caso la scelta è ancora più estrema, facendo precipitare l’intero dramma dentro un’unica voce e un unico corpo. È un atto di estremismo sperimentale.

L’intera battaglia viene narrata in un tempo molto breve.
A questo punto, se la porta per vedere l’invisibile è stata aperta, allora ognuno degli spettatori ha la possibilità di costruire il proprio duello. Ci sarà un dialogare silenzioso ma intenso di immagini diversificate.
Ogni spettatore sta girando il suo film interiore. Il modo in cui monterà le immagini suggerite, come definirà emozioni e stati d’animo, dipenderà dal suo grado di raffigurazione immaginifica, da un insieme di variabili, diverse per ciascuno, che hanno a che fare con la propria storia personale, con l’educazione e gli stimoli ricevuti, con l’intelligenza, la curiosità, e così via.

A differenza del cinema qui le immagini non sono mai complete, non sono definite, non sono imposte allo spettatore, esse sono costituite da un impasto sensoriale di parole voce gesti sguardi. E tempo.
Nulla di ciò che accade sulla scena è verosimilmente definito, non ci sono illustrazioni pantomimiche, i gesti anzi sono molto sporchi. Se si potessero isolare, senza voce, senza suoni, senza ritmo, si vedrebbe che non sono da soli sufficienti a rappresentare alcunché.

Ma è proprio questo il segreto, quello di creare come un rumore di fondo costante che non faccia mai apparire le cose in modo nitido e definitivo, ma che alluda, suggerisca, accenni, in modo che l’efficienza informativa si perda a favore di un efficacia comunicativa, le cose appaiano solo fugacemente, come apparizioni potenti e memorabili. Per il resto devo sempre aver fiducia che gli spettatori mi aiutino nel lavoro creativo, a completare le immagini che Stefano sta evocando.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 21.01.2012
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Una risposta a A te, spettatore, completare le immagini

 
Commenti
 
  1. ho assistito a “il furioso Orlando “il 21.2 opera incantevole,deliziosa,vera poesia.Sono una fan di Baliani ma riesce a sorprendermi sempre.Piacevole sorpresa Accorsi e soprattutto la attrice francese.Secondo me pero’ e’ stata sbagliata la scelta del teatro:il pubblico in galleria chiacchierava si muoveva sullepoltrone di legno,ecc (1 signora si e’ pulita accuratamente il naso come se fosse a casa sua),forse sono andati all’Ambra Jovinelli per vedere Accorsi senza rendersi conto che si trattava di poesia…peccato!