993 repliche, lo stesso dolore, la stessa felicità

Ieri sera ero in scena col mio spettacolo di narrazione teatrale, Kohlhaas, al teatro Eutheca, a cinecittà, a Roma. Era pieno di spettatori, soprattutto di giovani, mi sono seduto sulla mia sedia e, senza più alzarmi da lì per un’ora e mezza, ho cominciato a raccontare la storia di un allevatore di cavalli che subisce un sopruso, cerca di ottenere giustizia e scopre via via che la giustizia non è uguale per tutti, la sua rabbia cresce fino a che da cittadino esemplare diviene un giustiziere spietato.

Ieri sera è stata la novecentonovantatreesima replica.

Ad aprile, al teatro stabile di Genova, ci sarà la millesima replica, penso che organizzerò una grande festa, lo spettacolo nacque proprio a Genova ben ventun anni fa, mi pare impossibile che io sia ancora qui a narrarlo, e a riprovare le stesse emozioni ogni volta, ogni volta sentire il dolore per la morte ingiusta di Lisetta, la moglie di Kohlhaas, la furia omicida che lo prende, lo scontro tra la sua banda e l’esercito imperiale, ogni spettatore si costruisce un film nella testa, perché da vedere non c’è niente, c’è più da ascoltare che da vedere, certo il mio corpo agisce molti personaggi, molte situazioni, ma quello che faccio col corpo, anche quando mi scateno in scontri e uccisioni, non è mai un’illustrazione, sono accenni e suggerimenti corporei che poi spetta agli spettatori completare con la loro immaginazione, io cerco di far vedere l’invisibile ma se, a spettacolo finito, parlo con qualche spettatore, scopro che ciascuno di loro ha visto davvero tutto.

Alla fine sono in un bagno di sudore per la fatica compiuta, esausto, me ne esco sempre felice, è un tipo di felicità difficile da descrivere. Come dopo un compimento, quando realizzi una promessa fatta a qualcuno, e sei in pace con te stesso per avercela fatta. È per questo che continuo a fare teatro, è un luogo ove è possibile sperimentare anime diverse dalla tua, scoprire cosa vuol dire essere potenti, essere innocenti, assassini, poveri disgraziati, presi dall’amore o dalla vendetta, ed esserlo davvero con una intensità tale che anche lo spettatore sente quelle passioni e le rivive, ma al tempo stesso vede anche l’artificio con cui quella verità è stata raggiunta.

Per raggiungere la verità di un’esperienza serve una costruzione linguistica.

In qualsiasi forma d’arte non c’è nulla che sia naturale, nulla accade spontaneamente, anche il talento più puro ha poi bisogno di trasferire le sue intuizioni in un linguaggio che le veicoli e ogni volta che lo fa costruisce, con l’artificio di quel linguaggio, un mondo che prima non c’era.

La meraviglia del teatro è la quantità di linguaggi diversi che si possono usare, la parola ma anche il gesto, la danza, il canto, la musica, le luci, il suono, non esiste altra forma di creazione artistica dove questi linguaggi, compresi quelli legati alle tecnologie, possano coesistere e fondersi, come accade sulla scena teatrale.

Il teatro Eutheca è molto bello, un ex studio cinematografico riprogettato come spazio teatrale. I giovani che lo gestiscono sembrano molto convinti di quello che stanno facendo, appena sono entrato ho percepito subito un’atmosfera artistica vera, uno spazio così potrebbe essere a Berlino o a Parigi, caldo, accogliente e al contempo efficiente.

Appena fuori dal teatro c’è un’enorme statua in cartapesta e lattice, residuo di qualche film storico, un gigante che tiene in mano una fiaccola. Sarà alta una ventina di metri, la cartapesta è ormai tutta smangiucchiata e lordata dalle deiezioni dei gabbiani, ormai Roma è invasa da questi uccelli un tempo marini e da sempre associati allo spazio sconfinato dell’oceano e che ora si sono riadattati a fare gli spazzini degli scarti di cui riempiamo la nostra esistenza, avendo da tempo perso la dignità di essere cittadini per essere divenuti solo consumatori.

Sulla sinistra dell’entrata mi hanno indicato il bunker dove sono segregati quelli del grande fratello. Pretendono di spacciare per realtà le relazioni che lì dentro accadono, qualcuno che piange in diretta, qualcuno che si dispera perché non vuole essere escluso, come se fossero le stesse emozioni e esperienze che davvero accadono nella vita di tutti i giorni.

Il fatto è che nella vita gli accadimenti sono sempre più interessanti e ricchi e contraddittori e caotici di quanto possano mai rappresentare, che di rappresentazione si tratta, quei giovani carcerati televisivi.

Quella che ci propinano è una realtà fittizia, e in più povera, debole di linguaggio, banale. La vita è altrove, solo che è difficile coglierla, questo è il problema. Penso che l’arte fa esattamente l’opposto di quello che succede nel grande fratello, ci obbliga a toccare la vita in una forma molto più intensa della vita stessa. Per questo andiamo a teatro, leggiamo romanzi e guardiamo film o ascoltiamo musica etc. perché la vita di tutti i giorni scappa via da noi mentre la viviamo e allora ci serve qualcuno che ce la faccia vivere con più intensità, che ce la mostri assai più ricca di quello che ci aspettiamo.

E ci permetta soprattutto di immaginare che non c’è una sola realtà a cui fare riferimento ma ce ne sono altre, tante altre.

Se Cappuccetto rosso andasse dalla nonna come le aveva raccomandato la mamma, credo che quella storia non sarebbe mai diventata tanto potente, noi la raccontiamo proprio perché Cappuccetto rosso sbaglia strada e non va dalla nonna, lì comincia un’altra vita che ci appassiona e ci cattura.

Oggi non sono più attore e riprendo il lavoro di regista, sto guidando Stefano Accorsi a portare in scena l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, un’impresa non piccola, che vi racconterò domani.

 
Commenti (3) Trackback Permalink | 16.01.2012
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3 risposte a 993 repliche, lo stesso dolore, la stessa felicità

 
Commenti
 
  1. valeria scrive:

    Pensieri assolutamente condivisibili! Ho visto la tua narrazione sabato ed è stata un’esperienza bellissima. La tua performance è davvero magistrale e si intuisce che grande lavoro c’è dietro per arrivare a “mostrare” un mondo stando seduti su una sedia!
    E’ una consolazione venire a teatro e vedere che c’è ancora un’umanità in cui credere. Che la cultura, nel senso più vasto del termine, può e deve essere il mezzo perchè si possa migliorare questa società. Nel nostro piccolo, io e pochi altri amici, tentiamo di farlo mettendo in scena un teatro che sia sempre un’occasione di cultura e uno stimolo per il pensiero.
    E riguardo ad Eutheca confermo che è un posto davvero speciale da frequentare in quante più occasioni possibili!
    Grazie!
    Valeria

  2. Marco Lisi scrive:

    Ho visto Kohlhaas al Teatro dei Leggieri a San Gimignano un paio d’anni fa (o di più?)
    Bellissimo.
    Bravissimo.

  3. In bocca al lupo!!