Una palestra di vita

L’ufficio stampa, come abbiamo visto, si trova alla fine di una catena, tutti passaggi che hanno portato alla pubblicazione del libro sono conclusi, adesso il libro entra nel mercato e la sua fortuna dipende da tanti elementi diversi, tra cui anche i risultati del nostro lavoro.

L’editore, più ha investito nel libro, e più grandi sono le sue aspettative nei confronti del nostro lavoro; e gli editori, come si sa, sono personalità fortissime e coraggiose e di conseguenza fortemente assertive. E quando vogliono, schiaccianti.

I giornalisti d’altro canto, che si trovano a interagire con decine e decine – forse centinaia – di uffici stampa, mettono in atto le loro strategie per sopravvivere al nostro assalto, spesso è difficile persino riuscire a parlarci o avere da loro delle risposte. Se consideriamo che i nostri risultati spesso dipendono sia dai loro gusti e possibilità, ma anche dalle loro volontà, malumori, simpatie, pigrizie, disattenzioni, insomma in molti casi l’esito del nostro lavoro è appeso a un filo, spesso invisibile.

Così, schiacciati tra l’editore e il giornalista – metaforicamente parlando – trascorre la nostra giornata lavorativa. Per questo è indispensabile avere una profonda motivazione interna che ci sorregga nei momenti più difficili, ma anche un po’ di sano umorismo con cui ridimensionare i fallimenti.

Nei momenti in cui questo aspetto affaticante della professione si manifesta particolarmente gravoso, sono le parole di Maria Grazia Avanzini, moglie dell’editore fondatore della Newton Compton, che in qualche modo mi consolano e mi riscattano, quando mi ricorda che questo lavoro, come anche altri, è una bella palestra di vita.

Perché se pensiamo alla varietà e complessità dei rapporti umani che l’ufficio stampa intrattiene, e l’infinito ventaglio di situazioni diverse in cui si trova a dover operare, è facile dedurre che i risultati professionali sono intimamente legati anche, e in gran misura, ad aspetti della personalità; all’interesse naturale per il rapporto umano, alla duttilità del carattere, alla capacità di saper declinarsi. Perché bisogna essere in grado contemporaneamente di piegarsi e di resistere, di essere ordinati e costanti ma allo stesso tempo creativi e fantasiosi, pazienti e impazienti, riflessivi ed estroversi, razionali ed intuitivi. Bisogna saper entusiasmare, guidare, assecondare, ubbidire. E soprattutto ascoltare, saper ascoltare l’altro con intima attenzione. Questi difficili equilibri, quando si coniugano con la trasparenza e la sincerità, ci aiuteranno a conquistare la fiducia dell’altro, senza la quale i nostri sforzi andrebbero vanificati.

Proprio perché non c’è un libro uguale all’altro e ogni strategia di promozione rinnova le esperienze che abbiamo alle spalle e ne scopre di nuove, trovo che sia di grande aiuto impegnarsi nell’esercizio di individuare dove abbiamo mancato o dove avremmo potuto fare di più, o ambire di più. Sforzarsi di compiere questa autoanalisi a lavoro compiuto, affina gli strumenti per la prossima sfida.

Non è facile dimostrare in quanta misura i fattori umani e caratteriali entrano in gioco in questa professione, per questo considero i corsi di formazione un punto di partenza utile ma non certo la garanzia di una futura crescita professionale, una volta sul campo. Perché se manca la predisposizione a mettersi in gioco così intimamente, le conoscenze e gli strumenti tecnici acquisiti, non daranno i risultati adeguati.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 9.12.2011
Condividi:

I commenti sono chiusi.