Terzista sarai tu!

Noto una venatura di leggero disprezzo nella definizione “terzista”. Per il vocabolario “terzista” è colui che” tesse per un committente specifico, utilizzando materie prime fornite dal committente stesso”. Ne esce l’immagine di un’anonima realtà produttiva totalmente aderente alle volontà ed alle richieste dell’azienda committente, una sorta di estensione dello spazio e forza lavoro senza alcun apporto di pensiero creativo autonomo. In alcuni casi in effetti ai terzisti è richiesto il semplice espletamento di un incarico o l’adempimento di un ordine. Ma i terzisti che incontro quotidianamente sono uno strumento di pensiero (ancora prima che d’azione) a servizio delle imprese blasonate del nostro sistema design. Nei laboratori e nelle officine dei terzisti i progetti si evolvono, semplici indicazioni date dai designer diventano soluzioni possibili, in quei luoghi di lavoro la ricerca si fa da sempre, senza incentivi statali o riconoscimenti speciali.

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 21.12.2011
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2 risposte a Terzista sarai tu!

 
Commenti
 
  1. umberto rovelli scrive:

    Ritengo sia pertinente ricordare uno dei pochi testi in cui un autore sia riuscito ad esplicitare concretamente e in modo abbastanza specifico il contributo dei terzisti, ovvero il testo di Laura Lucia Parolin, Sulla produzione materiale. Qualità sensibili e sapere pratico nel processo di stabilizzazione degli artefatti, che si può reperire anche on-line in «Tecnoscienza – Italian Journal of Science & Technology Studies», Volume 1(1) pp. 39-56 (www.tecnoscienza.net), 2010.
    Il problema sollevato mi sembra, in altri termini, che nella comunicazione di settore il lato oscuro del progetto di design si intersechi molto sovente col suo backstage più spiccatamente aziendale, ovvero quel teatro occulto ai più in cui pullulano problematiche operative, procedurali, organizzative, logistico-distributive, ecc., nelle quali le occasioni di progetto attivo, lungimiranza, diagnostica prudentia ed invenzione non solo sono molteplici ma sono, attivabili, recepibili e divengono realtà di prodotto solo in præsentia dell’attore.
    Di questa intelligenza corporea, di questa capacità di performance che vive e genera qualcosa solo nell’immediatezza, nella sorgività dell’incontro e della relazione fra le parti, molti designer attivi sono maestri, ma, forse, continuano ad essere sconosciuti al pubblico. E rimangono maestri non riconosciuti anche perché quel che avviene nel backstage aziendale, ovvero quel processo che va temporalmente dal prototipo «di progetto», al prodotto è essenzialmente segreto, cacofonico e plurideciso.
    In questo tratto al designer occorrono particolari abilità sia tattiche che strategiche per capire quando, nel continuo emergere di opzioni attuative promosse dai vari soggetti coinvolti, sia opportuno scegliere – avendone l’autorevolezza – di dirigere e convincere gli altri attori delle proprie idee e quando invece – avendone l’umiltà – di cogliere, nei suggerimenti emersi, spunti proficui alla riconsiderazione – e revoca in dubbio – di alcuni dati certi, arrivando a soluzioni ottimali sulla base di esperienze e saperi che solo in parte si condividono.
    A mio avviso, se da un lato è molto opportuno per un designer saper quel che si vuole fare, d’altro canto la plausibilità di un prodotto rivolto ad un mercato estremamente competitivo impone talvolta anche al progettista di rinunciare ad idee anche formalmente pregevoli che non si dimostrino – sulla carta o man mano che si procede nella definizione del progetto – facilmente realizzabili.
    La filiera di costruzione del prodotto, predilige sovente poche definite scansioni per arrivare al finito, occorre perciò spesso, inventare e sperimentare soluzioni «povere», applicare intelligenti escamotage, e talvolta rinunciare, avvedendonsi in anticipo dei limiti di costruibilità delle varie opzioni, prima di mettere a rischio l’intera produzione.
    In altri termini l’ideazione, la progettazione e la ricerca solutiva ottimale per il «nuovo» prodotto costuiscono una sorta di ping pong intellettuale che, senza quasi soluzione di continuità, impegna il designer a dar prova di talento connettivo, sapienza espressiva e competenze ingegneristiche. E questo a maggior ragione oggi stante il progressivo processo di terziarizzazione delle aziende furniture che – col ricorso sempre più massiccio all’outsourcing e la pericolosa sopravvalutazione della comunicazione – ha ridotto drasticamente le competenze interne all’impresa caricando di responsabilità lo stesso designer.
    Designer che – sovrapponendo in proprio competenze e tempistiche – è conseguentemente tenuto, nell’elaborazione del progetto, ad anticipare con la dovuta approssimazione i rischi insiti nell’ingegnerizzazione del prodotto, molto spesso evitandone l’insorgere in quella fase (che, approssimativamente, va dal primo prototipo al prodotto finito) che mantiene comunque una sua specifica imponderabilità.
    L’evidente opacità di questo tratto nell’attuale resa mediatica del progetto furniture costituisce nocumento non solo per una giusta focalizzazione del lavoro svolto da alcuni autori-concertatori, che, come detto, restano spesso nell’ombra, ma, più in generale, arreca un danno proprio alla sovente millantata sfaccettatura professionale e all’inventività in genere.
    Mi sembra evidente che lasciando in ombra proprio questo particolare momento operativo – e, anzi, quasi sottacendone l’esistenza – la stessa percezione della figura professionale del designer – ricalcando limiti conoscitivi di chi scrive di design – finisca man mano con lo spogliarsi di una vitale e multiforme specificità. Ovvero di quel tasso di «mestiere» o, se si vuole, di «militanza operativa» – ovvero di «intelligenza pratica» – nella quale sono ricomprese non tanto le «alzate d’ingegno» emerse nel privato dello studio professionale quanto piuttosto le idee e suggerimenti raccolti nelle occasioni di prossimità con l’altro che la vita produttiva di continuo concede…
    Ecco mi sembra che, pur non evidenziando un ruolo molto attivo del designer in questa specifica fase, il lavoro di Lucia Laura Parolin mostri bene come un progetto, dapprima solo pensato, divenendo un progetto fatto, si apra e si chiuda raggiungendo differenti soglie di stabilità in modo quasi necessario prima di fissarsi più a lungo nel prodotto col quale i consumatori vengono in contatto.
    Un peccato non venirne a sapere nulla anche perché in questo caso sarebbe molto più evidente la tonalità corale di ogni lavoro d’autore.

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