I libri, le app, Al Gore e una cosa che ho imparato

La differenza sostanziale, competenze tecniche a parte, tra chi pensa ad un’app partendo dai contenuti e chi la pensa partendo dagli strumenti, sta nelle domande che si fa. Se siete un grafico o uno sviluppatore o se lavorate in un’agenzia di comunicazione, probabilmente comincerete chiedendovi come potete usare al meglio la tecnologia su cui lavorerete, come costruire il database, quale interfaccia utente progettare, e come sfruttare i gesti e l’interattività su iPad.

Se invece siete editori o avete comunque la responsabilità della qualità dei contenuti che proponete, quelle sono domande che, se arrivano, arrivano dopo. La prima questione è perché pubblicare proprio quel testo, quell’autore, quell’artista, quelle fotografie.

Devo ringraziare Aurelio Pino,  un amico oltre che la mente dietro a buona parte della non-fiction di qualità del Saggiatore, se qualche anno fa ho iniziato a considerare importante, anzi, fondamentale, una domanda: a cosa serve la cultura? Parlando di saggistica e del lavoro di scelta, ideazione e “cucina” editoriale, Aurelio, da umanista e intellettuale  come non se ne trovano più, mi ha mostrato con il suo lavoro come il ruolo di mediatore culturale debba avere l’ambizione di muovere il lettore, coinvolgendo scelte e visioni del mondo e non solo i suoi svaghi e tempo libero. Con la responsabilità che ne consegue. Ora, si parla di alta saggistica e libri, ma credo che almeno in parte questa lezione possa, anzi, debba essere portata nella nuova editoria digitale per tablet, sempre di più alla ricerca di un equilibrio tra qualità dei contenuti e intrattenimento.

Pensavo a tutto questo mentre studiavo compulsivamente Our Choice, l’incredibile app di Al Gore realizzata dai geni di push pop press.

L’app, che sicuramente tutti i possessori di un iPad conoscono bene, riassume anni di ricerche e proposte sul riscaldamento globale in un prodotto interattivo che è diventato, a ragione, il punto di riferimento per il futuro dell’editoria digitale su tablet. Non a caso, le prime righe che incontrate sul sito degli sviluppatori sono queste: “Our Choice will change the way we read books. And quite possibly change the world”.

Insieme al testo c’è un campionario completo di contenuti interattivi: immagini piegate su sè stesse che si aprono con due dita, grafici che si trasformano e scompongono con un gesto, pale eoliche che si attivano soffiando sul microfono. Cose così. Soluzioni così avanzate e geniali da ispirare e insieme scoraggiare chi cominci a pensare a come trasformare dei contenuti in un’app.

Da quando è uscito ho sempre usato Our Choice come esempio positivo di quello che ci aspetta, di come la tecnologia e in particolare l’iPad cambino il rapporto con il testo, aprendo strade nuove che incrociano contenuti alti e soluzioni destinate all’intrattenimento.

Oggi, progettando app e ragionando con editori e autori, oltre che con grafici e sviluppatori, mi chiedo se il mio entusiasmo non fosse eccessivo. Se ripenso a come ho usato l’app di Gore devo riconoscere che, a essere generoso, il testo è passato in secondo piano, mentre continuavo a spostarmi avanti e indietro tra i capitoli, aprendo foto geolocalizzate e interagendo con infografiche meravigliose e ricchissime.

La qualità dell’intrattenimento offerto dalla tecnologia ha garantito una popolarità incredibile a questa app, premiata e omaggiata ovunque. Ma quella qualità è diventata il vero contenuto dell’app. Questo non è necessariamente un male ma viste le premesse del progetto di Al Gore, rischia di diventare un fallimento e un motivo di riflessione per chi cominci ora a seguire questa strada.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 3.12.2011
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