Ritratto del bibliotecario da giovane

Fotografia di Elisabetta Sampugnaro

Non è infrequente leggere su Aib-Cur, la lista di discussione dei bibliotecari italiani, messaggi come quello di Elisabetta che annuncia di voler gettare la spugna perché sente sfuggire ogni possibilità di lavorare come bibliotecaria («dopo 10 anni di precariato e professionalità alle spalle LASCIO. Qui per me (Milano) non c’è NIENTE……Figuriamoci nel resto d’Italia!»), o di Livia che incita David a scappare dal nostro paese, dove ormai resistere è una perdita di tempo («Non perdere tempo. Io sono riuscita a vincere alcuni concorsi, ma eravamo nel 2006-2007 e avevo quindici anni di precariato (e formazione e quasi due anni di tirocinii) alle spalle. Oggi la situazione è molto peggio»).

Già, perché resistere se si è ancora in tempo a rifarsi una vita professionale altrove?

Mentre mi preparo per uscire penso a quanto sia insensato investire nella formazione dei giovani se poi li si condanna a un precariato feroce che li allontanerà dalla professione desiderata. Chi prenderà il loro posto in questa fiera delle illusioni? Probabilmente altri ragazzi come loro in attesa di nuove delusioni e nuovi abbandoni, lavoratori in continuo turn-over per i quali – legittimamente – una attività finisce per valere l’altra, con buona pace della qualità dei servizi.

Stamattina non devo scegliere quali libri acquistare ma chi farà lavorare otto miei giovani colleghi. Devo aggiudicare un appalto per la gestione di alcune biblioteche affidate al nostro sistema bibliotecario, perché i comuni che ne sono titolari fra patti di stabilità e divieti di assunzione non riuscivano più a farsene carico direttamente. Il mio lavoro consiste anche in questo. Siamo riusciti a trovare un compromesso minimo per dare continuità al servizio e una prospettiva a chi ci lavora. Si chiama “clausola sociale” e prevede l’obbligo di assunzione e l’applicazione di un contratto nazionale dignitoso per chi si aggiudicherà la fornitura. La differenza fra continuare a lavorare o stare a bordo campo può dipendere da questo. E’ l’alternativa fra un altro giro di giostra e la roulette russa che da un giorno all’altro può buttarti per strada.

Ripenso a quante volte mi è capitato di rivolgere l’invito ad essere consci ed orgogliosi dell’importanza della nostra professione e a non smettere di crederci anche se il nostro lavoro non sembra avere la considerazione che merita. Lo penso davvero. Per i miei otto giovani colleghi questa considerazione si misura a circa dieci euro lordi l’ora, ferie, previdenza e 14 mensilità comprese (il costo del lavoro è più che doppio, però…).
A molti altri va decisamente peggio, soprattutto quando gli appalti sono aggiudicati al massimo ribasso. In simili frangenti la prima cosa che salta è il riconoscimento della professionalità e con essa della dignità. Nessuno pare curarsene, anzi, il dirigente che appalta sottocosto fa risparmiare il suo ente ed è considerato un bravo dirigente.

Forse un ragionamento serio sul valore che una nazione attribuisce alla cultura deve partire dalla presa d’atto che non si può chiedere a un giovane di laurearsi, specializzarsi, conseguire master e dottorati per poi offrirgli una simile prospettiva.

Il futuro delle nostre biblioteche non è solo appeso all’evoluzione di internet e dei libri elettronici ma più banalmente al fatto che fra cinque anni intere biblioteche (ma anche archivi e musei) inizieranno a svuotarsi perchè una generazione di bibliotecari andrà in pensione senza avere nessuno a cui passare il testimone, perché nel frattempo i giovani bibliotecari – quelli sopravvissuti – saranno scappati tutti.

 
Commenti (3) Trackback Permalink | 9.11.2011
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3 risposte a Ritratto del bibliotecario da giovane

 
Commenti
 
  1. Elena scrive:

    la situazione che descrivi è lo specchio di una più generale resistenza del nostro paese alla crescita, all’innovazione, al cambiamento. Ai giovani non viene dato spazio perchè non si crede nella forza dell’innovazione che rappresentano. L’Italia ha paura che le cose possano cambiare e preferisce attestarsi sulle rendite di posizione, sulla difesa dei particolarismi consolidati.
    il problema della professionalizzazione del personale delle biblioteche però ha radici antiche. Ha a che fare con la scarsa considerazione del ruolo che questi “presidi della democrazia” possono giocare nella società. Tutti sappiamo come viene reclutato il personale nelle biblioteche (soprattutto le pubbliche): troppo spesso è l’insegnante in pensione, l’ex vigile urbano, il personale in esubero da altri servizi. Unico requisito: un generico amore per la lettura.
    Spesso queste scelte, se accompagnate da un solido investimento in formazione, hanno fruttato negli anni professionisti di ottimo livello, altre volte no.
    Ma se questo era giustificabile forse in anni in cui non c’era un indirizzo specifico di studi dedicato a formare bibliotecari professionisti, oggi, con una situazione come quella che descrivi, appare una scelta davvero mortificante, dannosa e – non ultimo – antieconomica per il nostro Paese.
    Provocatoriamente dunque temo che non ci saranno grossi problemi di reperimento di personale per le biblioteche pubbliche: una maestra in pensione o un giovane amante della lettura e disposto a subire trattamenti economici da fame lo si troverà comunque. L’unica strada è quella che indichi: valorizzare il “peso” (anche politico) della cooperazione per imporre buone pratiche di gestione e una cultura della qualità anche in biblioteca.

  2. ANTONELLA scrive:

    La consapeolezza è tanta ma la speranza ci sarà sempre…
    Appartengo alla “nuova generazione” quella dei Lureati Magistrali in Gestione e conservazione del patrimonio archivistico librario…Dal momento in cui ho intrapreso il mio percorso di studi aver sogno di poter diventare mediatore di conoscenza, di essere al servizio di utenti con bisogni differenti.
    Quel meraviglioso odore dei libri nuovi, mai aperti pronti per essere catalogati, questo ed altri mille motivi mi fanno sperare.

  3. Elisabetta scrive:

    Grazie mille per aver LETTO le mie considerazioni… ad un certo punto si tende a diventare quasi invisibili…