La saggezza del bibliotecario

In che cosa consiste il lavoro del bibliotecario? Per qualcuno nella distribuzione di libri, per altri nella loro lettura. Mi è capitato più di una volta di sentire frasi del tipo: “Vi pagano per leggere libri” o “il vostro lavoro è il prestito dei libri”. Insomma, in base a uno stereotipo diffuso il bibliotecario è qualcuno che sta a metà fra un impiegato delle poste e uno che prende uno stipendio per farsi – nella migliore delle ipotesi – i fatti suoi.

Questa percezione fa naturalmente a pugni con quella che noi bibliotecari abbiamo della nostra attività e con la realtà dei fatti: pratichiamo una professione intellettuale e insieme tecnica, i cui contenuti disciplinari si sono precisati a partire dalla fine dell’Ottocento formando le basi di un sapere condiviso a livello internazionale, fatto di regole di catalogazione e di sistemi di classificazione della conoscenza, di standard, linee guida e raccomandazioni, di pratiche di trattamento e ordinamento delle raccolte, di tecniche per la tutela e la conservazione. Da questo punto di vista il bibliotecario è uno specialista nel trattamento e nella conservazione del libro, anche se in passato questa figura è coincisa con quella di uno studioso o di un erudito.

Negli ultimi cinquant’anni le cose sono rapidamente cambiate per via della diffusione delle biblioteche pubbliche e dello sviluppo tecnologico, che richiedono al bibliotecario competenze legate alle discipline gestionali, alla pedagogia della lettura, alle tecniche della ricerca sociale, alla statistica, all’informatica, al diritto d’autore. Non è difficile immaginarlo: oggi le collezioni di qualsiasi biblioteca sono un complesso di documenti fisici posseduti localmente o da altre biblioteche, e di opere in formato elettronico accessibili anche a distanza su formati differenziati, che richiedono competenze specifiche e capacità d’uso da parte degli operatori e degli utilizzatori; il pubblico delle biblioteche si è notevolmente ampliato a comprendere persone di qualsiasi età, condizione sociale, livello culturale e provenienza geografica; la crisi economica e la richiesta di maggiore efficienza dei servizi pubblici hanno accentuato l’esigenza di una gestione rigorosa e improntata alla qualità; la richiesta di socialità ha modificato il ruolo delle biblioteche, spesso gli unici luoghi di ritrovo presenti nel territorio, soprattutto nei piccoli centri. Ciò rende – o dovrebbe – il bibliotecario qualcosa di simile a un manager dell’informazione, a un ricercatore (o assistente) sociale, a un animatore culturale.

Insomma, non esiste una figura “standard” di bibliotecario ma ruoli differenziati e specializzati, come in qualsiasi settore: esistono i catalogatori, che si occupano del trattamento delle informazioni bibliografiche e della loro immissione nei cataloghi, i bibliotecari addetti al reference (il servizio di orientamento e consulenza informativa e bibliografica), gli addetti alle acquisizioni, i conservatori, chi si occupa esclusivamente di libri antichi, chi di periodici, banche dati o riviste elettroniche; ci sono i bibliotecari per ragazzi, a cui sono richieste competenze particolari nel campo della pedagogia, della psicologia dell’età evolutiva e una particolare conoscenza dell’editoria rivolta ai bambini. Nelle strutture più grandi queste differenziazioni sono ancora più accentuate. Per una panoramica sui ruoli rimando alla voce Librarian di Wikipedia.

Qualcuna di queste specializzazioni può essere svolta senza leggere mai un libro. Sembra un paradosso ma è così. Del resto nessun direttore d’orchestra sa suonare tutti gli strumenti che dirige. Anche il bibliotecario più dotto – o pazzo – non potrebbe pensare di leggere tutti i libri della sua biblioteca. Anzi, come scrive Michel Melot ne La saggezza del bibliotecario (Ed. Sylvestre Bonnard, 2005), «senza illusioni sulla sua capacità di leggere tutti i libri, il bibliotecario non rinuncia a vivere tra di loro e ad addomesticarli. Sa leggere tutti i libri senza aprirli». Una meta-lettura che non ha nulla di superficiale, che lo porta a cogliere le ragioni che hanno portato alla sua scrittura e quelle per cui sarà letto. Pur ignorando i particolari del suo contenuto, il bibliotecario sa cogliere l’essenziale.

Il nostro compito non è quello di accumulare libri, di prestarli o leggerli, bensì quello di selezionarli in maniera consapevole rispetto agli obiettivi che la biblioteca si pone. Il nostro lavoro è il frutto di un compromesso fra ciò che riteniamo ci sarà chiesto e ciò che pensiamo di dover proporre. Per questo la conoscenza dei lettori è importante quanto (o più di) quella dei libri, ed è su queste due sapienze che si fonda il mestiere del bibliotecario, così come la sua saggezza, che non è una virtù personale ma una componente fondamentale del suo lavoro, perchè egli – sono ancora le parole di Melot – «non agisce per se stesso ma per la comunità di cui si pone al servizio. Deve rifletterne gusti e opinioni, ma anche aprirli ad altro».

 
Commento (1) Trackback Permalink | 7.11.2011
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Una risposta a La saggezza del bibliotecario

 
Commenti
 
  1. Carlo Favale scrive:

    Lascio chiosare al Cardinal Bessarione:

    “I libri sono pieni delle parole dei saggi, degli esempi degli antichi, dei costumi delle leggi, della religione. Vivono, discorrono, parlano con noi, ci insegnano, ci ammaestrano, ci consolano, ci fanno presenti ponendole sotto gli occhi cose remotissime dalla nostra memoria. Tanto grande è la loro dignità, la loro maestà e infine la loro santità, che se non ci fossero i libri, noi saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio; non avremmo alcuna conoscenza delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi cancellerebbe anche la memoria degli uomini.”

    (Dalla lettera che il 31 maggio 1468 il Cardinal Bessarione indirizza al doge Cristoforo Moro per offrire in dono a Venezia la sua biblioteca di 482 volumi greci e 264 latini e che costituirà il fondo iniziale della Biblioteca Marciana).