La linea sottile

Illustrazione tratta dal sito brianzapopolare.it

Quando ho iniziato a lavorare in biblioteca i libri da acquistare si sceglievano prevalentemente in libreria. Si andava a selezionare le novità editoriali che il libraio ti faceva trovare in bella vista ed era l’occasione per spigolare negli scaffali in cerca di opere da aggiungere alle collezioni per renderle più attraenti, più complete, più vicine alle necessità degli utenti, e per chiedere consiglio a chi il mercato editoriale lo conosceva davvero. Lo stesso valeva per la musica e i film. Solo per le grandi opere – enciclopedie, dizionari, repertori e collane di classici e libri d’arte – succedeva il contrario, veniva a trovarti un agente di vendita che portava con sé brochure patinate. Allora anche ottenere un catalogo editoriale poteva essere un problema e si aspettavano le fiere e i saloni del libro per recuperarne di aggiornati, che andavano a sostituire quelli dell’anno precedente.

Oggi la diffusione dell’informazione editoriale, la trasformazione delle librerie in bookshop e il commercio eletttronico hanno modificato profondamente le modalità di approvvigionamento. In libreria si va molto più di rado, per varie ragioni: c’è meno tempo, i librai indipendenti stanno soccombendo sotto i colpi della concorrenza e gli ordini effettuati online hanno soppiantato la scelta ‘libro alla mano’. Sempre più spesso, soprattutto nelle grandi biblioteche, la selezione delle opere da acquisire viene delegata a fornitori specializzati, sulla base di accordi estremamente articolati (si chiamano approval plan), o schiacciata sotto il peso di offerte prendere-o-lasciare dove l’unica opzione esercitabile è acquistare o meno un pacchetto preconfezionato di abbonamenti a periodici, quasi sempre a prezzi astronomici.

Ciò che non è cambiato è l’approccio alla selezione, che mira a individuare le pubblicazioni più utili in funzione delle caratteristiche dell’utenza e della fisionomia delle collezioni preesistenti, secondo un principio di pluralismo delle idee connaturato a quello, fondativo per l’istituzione bibliotecaria, di libertà di pensiero. E’ questo esercizio che rende intellettualmente unica l’esperienza del bibliotecario.

Le virtù che gli sono proprie attengono alla tolleranza e all’assenza di pregiudizio. Tolleranza, perché accetta di accogliere opinioni contrapposte nella convinzione che il riflesso della verità alberghi nella molteplicità e nella contraddizione; assenza di pregiudizio, perchè deve imparare a mettere da parte le proprie opinioni e ideologie per aderire a una molteplicità di punti di vista. Se non è in grado di farlo, contravviene al codice deontologico della professione e indossa suo malgrado i panni del censore. La linea è sottile e per attraversarla basta un attimo.

Certo, i dilemmi non mancano. Venti e più anni fa si dibatteva se fosse opportuno tenere Mein Kampf in biblioteca e a quali condizioni fosse lecito darlo in lettura. Oggi questo scrupolo non pare più accettabile mentre si affacciano altre cautele. Fino a che punto a un minore può essere dato accesso a opere – libri, film, documentari, fumetti – che presentano situazioni di violenza o di sesso certo giustificate dalla licenza artistica ma che richiederebbero una contestualizzazione o un filtro? E’ giusto tenere in biblioteca opere che offendono la sensibilità religiosa o morale di alcune minoranze? Fino a che punto è corretto inibire l’accesso a certi siti web, limitando di fatto la libertà dell’utente? E che dire di certe pubblicazioni di propaganda filosofica, come quelle di alcune sette o movimenti già trascinate in tribunale con l’accusa di circonvenzione di incapace?

A volte la coerenza costa cara: come nel caso della bibliotecaria denunciata e processata per aver prestato Scopami, di Virginie Despentes, un libro regolarmente in vendita in tutte le librerie d’Italia, o della denuncia per “diffusione di materiale pedo-pornografico” al direttore della biblioteca dei ragazzi di Genova, reo di aver diffuso una bibliografia sull’omosessualità all’interno di una manifestazione autorizzata.

Più di frequente è la biblioteca a subire forme di intimidazione e di censura che ne limitano il raggio d’azione e l’autonomia. Accade quando è il politico di turno ad ingerire, chiedendo di non acquistare o di non esporre questo o quel giornale, di non promuovere un tale autore o argomento, come se il fatto di essere eletti desse automaticamente il potere di decidere sulla liceità delle idee altrui. Il caso degli autori messi al bando dalle biblioteche venete per aver firmato un appello a favore di Cesare Battisti è lì a ricordarlo.

Piccoli segnali di imbarbarimento del vivere civile votati al fallimento, perchè ciò che non acquista una biblioteca è disponibile in quella vicina.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 10.11.2011
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