il libraio misogino

Questa mattina mi sono fermato a guardare la vetrina della libreria sotto lo studio. Già deformato professionalmente, sono stato definitivamente rovinato dalle cover story di Stefano Salis sul Domenicale e dunque non guardo più i “libri” ma “vedo” soltanto delle copertine.

Non so se anche il libraio sia un lettore di quella rubrica o piuttosto abbia fatto un corso da vetrinista, ma questa mattina le copertine sembravano essere tanti frame di un video in loop. Tema: la condizione femminile.

Molte di quelle copertine, che mi sono fotografato con l’iPhone -contemporaneo sketchbook- alludono a donne misteriose, sempre viste di spalle, che spesso sono nell’atto della fuga. Le uniche due prese in volto hanno un occhio coperto.

 

Sono sicuro che siano solo similitudini accidentali. Resta il fatto che sono delle copertine non molto interessanti. E questo non solo per un uso della tipografia spesso non riuscito, ma soprattutto per un comune e banale vocabolario visivo degli autori delle copertine, che traducono amore non corrisposto, disperazione, malinconia, etc in modo simile alle illustrazioni dei feuilleton ottocenteschi. Possibile che la cosiddetta massa a cui si riferivano quei romanzi d’appendice e alcuni di questi romanzi sia rimasta con la stessa educazione visiva?

A questo proposito è edificante riguardarsi un piccolo libretto “the ways of seeing” del 1972, che raccoglie i contenuti delle 4 puntate andate in onda sulla BBC  a cura di John Berger. Alcuni di quei saggi approfondiscono proprio l’uso della figura femminile nella pittura e nella pubblicità.

Ma una visione più originale che mi ha colpito, tra le tante che interpretano lo sfruttamento femminile, c’è sicuramente quella di Paul McCarthy, artista americano che ha sempre denunciato in modo visionario la mancanza di valori e di cultura nel mondo occidentale. Sulla condizione femminile, ad esempio, non possono lasciare indifferenti opere come “Paula Jones” o “She man”.

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 22.11.2011
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4 risposte a il libraio misogino

 
Commenti
 
  1. E se Toccafondo ci racconta di Cenerentole in fuga con la scarpetta sbagliata? http://giupasserini.wordpress.com/2011/08/28/david-foster-wallace-la-scopa-del-sistema-fandango/

  2. ldm scrive:

    Leggo il tuo post e rimango un po’ amareggiata. Non perché presa direttamente in causa, ma perché lavorando nell’editoria e facendo copertine, l’analisi che faccio è differente dalla tua. Pur considerando le copertine che hai menzionato non originali o addirittura poco interessanti, penso che – almeno in qualche caso – si possano ritenere quantomeno appropriate.
    Mi spiego: mi sembra semplice criticare questi lavori, ma credo che l’analisi – soprattutto se fatta da un professionista come te, un maestro – dovrebbe essere più esaustiva e non limitarsi a criticarne gli autori e il cattivo gusto.
    Personalmente penso che il problema sia innanzitutto editoriale, se ci sono molte donne di spalle in copertina, o più in generale figure femminili, è un chiaro segno che gli editori, per mancanza di coraggio o ristrettezza di risorse, ripieghino sempre più su immagini utilizzate da libri che hanno venduto molto, in questo caso di “il profumo delle foglie di limone”, ma potrei citare decine di esempi basati sugli ultimi best seller.
    Credo sia troppo semplice criticare i grafici che hanno fatto queste copertine non pensando che in realtà chi sceglie la copertina e ha potere decisionale sono in primis gli editor, poi il marketing della casa editrice e non ultimo proprio l’autore, che spesso sceglie e si fa la copertina.
    Un’altra riflessione è che qui stiamo parlando di mass-market, quasi tutti questi libri vengono venduti anche al supermercato quindi devono arrivare ad un pubblico vasto, non abituato a immagini complesse, che non ha tempo di fermarsi e riflettere sulla copertina. Sceglie velocemente, sulla base di impulsi che il marketing ci ha insegnato a conoscere.
    Questi sono i lettori che garantiscono il fatturato di molte case editrici italiane!
    Al grafico purtroppo rimane poco spazio per fare un buon lavoro. Lo stesso vale per la scelta della tipografia, spesso i caratteri appropriati non sono capiti e in generale utilizzati male, il titolo viene imposto in alto e al centro, per quanto possa urtare la sensibilità del grafico più attento.
    Non credo che sia corretto valutare in assoluto questi lavori, bisognerebbe invece tener conto di problemi e variabili che si affrontano nella pratica quotidiana di progettare copertine di romanzi. La sfida sarebbe trovare copertine ben realizzate in un ambito come questo.
    Questa è una sfida innanzitutto per l’editoria italiana: finché le copertine vengono decise non dai grafici ma da persone che non hanno le competenze per valutare le immagini e soprattutto non osano interpretare in modo espressivo e contemporaneo le copertine, ci troveremo di fronte, sempre e inevitabilmente, a libri fotocopia.

    • Sono assolutamente d’accordo. E mi pare che il commento stia confermando quello che ho detto. Ho generalizzato su un tema e non ho criticato in modo approfondito una o l’altra copertina e ponevo il problema dei clichè visivi. Se questi clichè sono imposti o richiesti dal marketing, il direttore editoriale o altri non mi interessa. Vignelli sostiene, nel suo modo tranchant, che il marketing ha distrutto il design. Se non è così credo che comunque il marketing sia responsabile di molte banalità editoriali. Mi pare ovvio che inventare, immaginare cose nuove, sia diverso da voler produrre cose già note e rassicuranti.
      Comunque se non si vuole uscire dall’Italia per guardarsi nuove e vecchie collane Penguin, basta dare un’occhiata a qualche vecchia collana disegnata da Noorda, Vignelli, Confalonieri, Castellano, Klinz, etc.
      Dietro a quei progetti è ovvio che non ci sono solo straordinari designer -caparbi spesso- ma anche dei direttori editoriali ed editori illuminati.

  3. Nicola Munari scrive:

    Una buona grafica dovrebbe produrre immagini semplici, la cui complessità risieda (e rimanga) esclusivamente nel processo che le ha portate a compimento.

    «Un pubblico vasto non è abituato a immagini complesse».

    Allora come mai le copertine proposte sono visivamente così complicate?
    Molto di più, per esempio, di quella di “Ways of Seeing” (che, tra l’altro, ha proprio il classico titolo centrato)?