Di autori, editori e app

Tra le diverse retoriche prodotte dall’editoria digitale, una delle più potenti e pervasive è quella legata all’autopubblicazione.

Durante l’ultima fiera di Francoforte, ad esempio, Amazon era presente per organizzare in tutti i padiglioni incontri (con estrazione di un kindle tra i partecipanti) dove magnificava vendite e ritorni economici del proprio sistema di ebook autoprodotti.

Prima di passare alle app, senza nulla togliere a quanto di positivo indubbiamente ci sia, in alcuni casi, nella possibilità di pubblicare da soli i propri libri, vorrei sottolineare il valore insostituibile della mediazione editoriale.

Sarà scontato ma vale la pena ricordare che un libro è il risultato del lavoro dell’autore, certo, ma anche di tutte le diverse professionalità che si trovano dentro e fuori una casa editrice, dall’editor, ai redattori ai grafici fino a fotolitisti e stampatori. Le correzioni, le aggiunte e i tagli al testo originale, la scelta della gabbia, del carattere usato e dell’interlinea, fino alla grammatura della carta, concorrono a creare l’esperienza del lettore. Se questo è vero per l’editoria libraria cartacea, lo è altrettanto se non di più per quella digitale dove il numero delle variabili aumenta. Perché oltre al tradizionale lavoro con l’autore per limare la sua opera, oggi l’editore deve passare per un crescente numero di scelte, economiche oltre che di contenuti, imposte dai formati digitali.

Nel lavoro di progettazione di app uno dei momenti cruciali è quello in cui si porta l’editore a fare un passo fuori dal noto mondo delle pagine verso uno spazio ancora in definizione, dove i contenuti fluttuano e sono collegati tra loro in modo complesso. Ma il passaggio più difficile, anche economicamente, è l’accettazione del presupposto che quello che c’è sui libri è un buon punto di partenza ma nella gran parte dei casi non basta.

Alcuni illuminati editori stanno comprendendo che valorizzare i propri contenuti significa trasformarli e reinvestire su questi, producendo video, audio e fotografie che, legandosi a quanto già c’era su carta, contribuiscano a dare nuova vita in nuove forme ai libri, entrando in nuove dinamiche economiche ancora in gran parte da inventare.

Ma anche se va rinnovato e reinventato, il processo di mediazione è indispensabile per un’editoria digitale di qualità.

Un ottimo esempio di cosa succede nelle nuove forme di editoria quando manca l’editore è l’app Horvatland, appena uscita. Frank Horvat è uno dei grandi fotografi del XX secolo, è stato un maestro nel reportage, nella moda e nei ritratti, ha lavorato tra gli altri per Life, Harper’s Bazaar e Vogue, ha conosciuto a Parigi Henri Cartier-Bresson e Frank Capa ed è stato per un breve periodo alla Magnum. Oltre che un grande fotografo è stato un prezioso documentarista del lavoro dei suoi colleghi.

Oggi, all’età di 83 anni, partendo dall’esperienza del suo ricchissimo sito web, ha deciso di raccogliere il meglio del lavoro di una vita in un’app per ipad, horvatland appunto. La app si presenta subito come un viaggio nella mente di Horvat e attraverso un lavoro durato 65 anni. La quantità e qualità di materiale contenuto nell’app è incredibile: una ampia autobiografia, una linea del tempo che collega anni e servizi fotografici, il corpus fotografico, immenso, diviso in 21 categorie, servizi di moda impaginati in riviste dal ’51 all’89, decine di commenti audio, tour guidati e ricerche a chiave.

Infine un utilissimo video tutorial in cui Viviana Rossi, assistente e collaboratrice di Horvat, spiega come navigare nella app. Il problema parte proprio da qui, dal tutorial che più che utile è indispensabile. La quantità di materiale, di rimandi, di simboli, di icone, passaggi, ponti e percorsi rende tortuosa e complicata la navigazione, tanto che in fase di progettazione è stato necessario inserire  funzioni che consentono di tornare sui propri passi, come se l’app fosse un sito internet.

Il viaggio nella mente di Horvat è un vero labirinto in cui il lettore si perde quasi subito e anche se il perdersi è scelta dichiarata di questo lavoro, ciò non rende la navigazione meno frustrante. L’ansia di voler mettere tutto, ogni passaggio, ogni collegamento, ogni rimando è tipica dell’autore, qualsiasi autore, che comprensibilmente fa fatica a rileggere il proprio lavoro se non con freddezza almeno con un sano distacco, dalla giusta distanza. Infine il prezzo: l’app è disponibile in versione gratuita ma se volete scaricare la versione completa, con tutte le foto visibili, il costo è (ancora) decisamente alto: 23,99 euro (era 39,99 solo dieci giorni fa, al momento della pubblicazione).

Sia sulla scelta del prezzo sia sulle soluzioni grafiche e sulla semplificazione generale della struttura e dei contenuti, un editore, con il suo ruolo indispensabile di mediazione, avrebbe reso questa app, comunque consigliabile e di buona qualità, un prodotto più fruibile e commercialmente più adatto ad un mercato che ancora sta cercando la propria forma.

 
Commenti (3) Trackback Permalink | 29.11.2011
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3 risposte a Di autori, editori e app

 
Commenti
 
  1. paola gallerani scrive:

    Ben detto. Per la difesa delle professionalità, in campo editoriale, ci vorrebbe il WWF, e purtroppo spesso sono gli editori per primi che, per ridurre i costi, saltano fasi di lavoro (quanti cataloghi d’arte con una buona fotolito vedete in giro?) o si affidano a figure improvvisate. Nulla quindi lascia presagire che con le app ci si comporti in modo diverso, e non imperi il faidate. Ma qualcuno mi vuol spiegare perchè invece nessuno, per il solo fatto di tenere in mano una chiave inglese, si definirebbe idraulico?

  2. frank horvat scrive:

    Non solo il vostro commento è lusinghiero, ma anche le vostre critiche mi confortano. È vero che un buon editore può rendere un’opera più digeribile per un più vasto pubblico. E questo corrisponde all’esigenza economica di recuperare il costo, relativamente alto, di una buona stampa. Invece un’applicazione iPad non comporta quest’esigenza: Horvatland mi è costata “solo” un anno e mezzo di lavoro e una cinquantina di migliaia di €. Per offrirmi il lusso – a 83 anni – di farmi conoscere dai happy few abbastanza interessati per dedicare parecchie ore e una modica somma al trip attraverso la mia mente. A quelli che non ne dispongono – o che esitano – offro volentieri un assaggio gratuito. Frank Horvat

    • Adolfo Frediani scrive:

      Caro Horvat, grazie per il suo contributo. Le finalità di Horvatland sono chiare ed è evidentemente un prodotto “d’autore” sia per il contenuto sia per la storia produttiva. Uno degli aspetti affascinanti del nascente mercato delle app editoriali è che non ci sono ancora regole condivise nell’organizzazione dei materiali, nelle interfacce scelte e nei modelli economici. La sua app è, come dice giustamente lei, un lusso che ha voluto offrirsi (e offrirci) e quindi fa storia a sè, ma gli editori di fotografia che vogliono e vorranno nei prossimi anni affiancare alla carta questo formato devono ripensare il proprio ruolo di mediatori e trovare, insieme ai fotografi e agli sviluppatori, modelli economici sostenibili e nuove modalità distributive e espressive.