Un paese di romanzieri?

Se il romanzo è morto, come si sostiene da tempo, la notizia non ha ancora raggiunto l’Italia. Ergo, per un agente dovrebbe essere facilissimo trovare nuovi talenti. Non è così: il fatto di ricevere ogni giorno almeno 5 o 6 nuove proposte letterarie (e parlo solo del mio piccolo orto, i grandi editori ne ricevono decine e decine)  non facilita il compito, tutt’altro. Bisogna sfogliare centinaia di pagine, prima di trovarne qualcuna buona e gli autori interessanti sono come i buoni porcini sotto le foglie di un bosco autunnale. Una volta trovato un autore – e più spesso una autrice – spesso bisogna chiedergli/le di lavorare ancora sul suo testo, prima di proporlo a un editore.

Gli scrittori alla loro prima prova sono in genere più disposti ad accettare cambiamenti nel loro testo: man mano che si affermano, diventano più sicuri delle loro possibilità espressive e meno inclini ad accettare grandi trasformazioni. Nella mia esperienza, gli scrittori migliori sono quelli che a una forte autostima uniscono una buone dose di autocritica: ahi, parlo come lo psicologo che non sono, ma credo davvero che le cose stiano così. I due estremi “del mio testo non si tocca neppure una virgola!” e “in questo libro sono pronto a cambiare tutto, anche il genere letterario!” non sono buoni segnali.

Naturalmente, quando prendo le mie note su un testo che sto leggendo (sempre a matita e sempre su un foglio a parte, anche se sto leggendo sull’Ipad), mi porto dietro le mie preferenze e i miei gusti letterari, non ho in tasca il regolo calcolatore, come i ragionieri di Gadda. Sono cresciuto – oltre che a filosofia, più che altro analitica – a forza di letteratura anglo americana (Bellow, Malamud, Roth), mitteleuropea e ebraica (Joseph Roth, Singer) e tedesca (Mann, Kafka, Goethe, von Kleist) e amo la precisione nella scrittura. Le mie note a margine sono ripetitive come una ramanzina: “meno aggettivi”, “non anticipare quello che viene dopo”, “niente giudizi e discorsi teorici”, “le cose si devono vedere non vanno spiegate” e così via.

È un paradosso: per quanto soggettivi siano i bravi lettori – e tutti lo siamo – c’è una amplissima area di sovrapposizione tra i diversi giudizi soggettivi, una specie di fascio di luce che illumina di luce, a quel punto oggettiva, il testo in questione. In poche parole, è più forte la concordanza che la discordanza all’interno dei pareri editoriali. Un bel sollievo, in un lavoro altrimenti così aleatorio!

 

 

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 24.10.2011
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2 risposte a Un paese di romanzieri?

 
Commenti
 
  1. jessica scrive:

    curiosa questa cosa. ti è mai capitato (posso dare del ‘tu’?) di trovare un testo dove non ti sembrava necessaria nessuna correzione??

  2. Daniele scrive:

    Anche io penso che uno scrittore che si va affermando sia meno incline ad apportare correzioni e a lasciarsi guidare dall’editor. Comunque anche Stephen King “subisce” l’editing, quindi penso che ognuno debba accettare questo passaggio utile alla pubblicazione.

    @Jessica: non credo che esista lo scrittore perfetto :)