Tutte le lingue del jazz italiano

Ho riflettuto a lungo sulla condizione del jazz in Italia e penso che questo linguaggio rappresenti bene la personalità del nostro Paese.
Mai come in questi anni questa musica ha goduto di tanta buona salute anche se bisognerebbe intendersi sul cosa significa “stato di salute”.
Il successo di questo genere, relegato per decenni ai margini della programmazione dei grandi teatri, lontano dai riflettori, dai palinsesti radiotelevisivi e poco considerato dalla carta stampata, deriva a mio avviso dal fatto che il jazz è per antonomasia la vera musica contemporanea del ’900 in quanto, più di altre, ha incarnato lo straordinario percorso del secolo appena trascorso. Dopo avere navigato per gli oceani si è radicato nei 5 Continenti tentando di metabolizzare e di tradurre in un nuovo linguaggio gli stimoli suggeriti da tutte le culture locali e dunque, in quanto musica attuale, non può non tenere conto di ciò che ci accade intorno: è una lingua da apprendere con le stesse tecniche di apprendimento degli idiomi parlati ed è attraverso i suoni, le melodie ed i ritmi cadenzati che si impara a comunicare.

Per questa ragione il jazz italiano è vario e creativo tanto e quanto sono varie e creative le lingue e i dialetti che vi si parlano dal Nord al Sud, dalle isole alle roccaforti linguistiche delle aree ladine friulane, da quelle greche in Calabria fino alle altre tunisine della piccola isola di Sant’Antioco, in Sardegna, dove si parla ancora il tabarkino arcaico e si mangia il cous-cous.
È in questo, a mio avviso, che il nostro jazz si differenzia dal resto dell’Europa e del mondo. Perché vive le contraddizioni di una terra altrettanto contraddittoria dove non solo si parlano decine di lingue e centinaia di dialetti diversi ma dove, oggi, la centralità culturale è finalmente decentrata e decentralizzata e dove è facile trovare musicisti fantastici, spesso giovanissimi e incredibilmente preparati, nei centri più piccoli e più lontani dalle grandi metropoli. Peccato che poi non abbiano occasioni per suonare e per farsi notare!
Insomma, il jazz dello stivale (e con esso tutte le musiche di nicchia e di ricerca che non fanno parte del sistema culturale storicizzato) è la perfetta fotografia di una Italia divisa e molteplice che se in politica è un problema in musica e in arte è sinonimo di ricchezza e dinamicità.
Viva l’Italia dunque, nonostante tutto. Confusa e piena di escort certificate ma anche creativa, caleidoscopica e coraggiosa.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 4.10.2011
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