Prima lo suono, poi ti dico cos’è

Questa sera suonerò con il Devil Quartet al Teatro Ariosto di Reggio Emilia con un programma speciale dedicato a Miles Davis.
Il concerto sarà trasmesso in diretta da Fahrenheit, il contenitore pomeridiano di Radio Tre e il “Festival Aperto” che ci ospita porta il titolo emblematico “Crepino gli Artisti” con la direzione artistica di Daniele Abbado, Roberto Fabbi e Mario Vighi.
Potrebbe sembrare un titolo di cattivo gusto o irrispettoso mentre in realtà il festival del 2011 mette il dito nella complessa situazione dell’arte e degli artisti in un Paese che toglie risorse alla cultura non solo uccidendola ma ferendo il senso civico che la favorisce e la sostiene.
“Gli artisti crepano eccome”, si scrive nella prefazione al programma. “Crepano gli artisti di indifferenza e di idiozia quotidiana, di violente e subdole censure”.

Niente di più vero anche se con le debite proporzioni. Ci sono artisti contemporanei che hanno successo e che sono da questo gratificati e altri che non hanno neanche la minima parte di ciò che meritano.
Questa è in fondo la fotografia purtroppo reale della nuova società contemporanea che tende a estremizzare contribuendo alla creazione di distanze sempre più vaste tra gli uomini e dunque anche tra gli artisti.
Il titolo del festival di Reggio è prestato dalla sua prima sezione che vuole essere una dedica all’artista polacco Tadeusz Kantor che, proprio in risposta alla società contemporanea e come scritto nelle note del libretto “concepiva il teatro come un continuo oltrapassamento delle linee che separano scena e vita, vita e morte, comicità e nichilismo, strazio e surrealtà.

La seconda sezione del festival è invece dedicata a Davis e alla sua vita artistica che ha rappresentato una parabola straordinaria nel Novecento appena trascorso.
Un’interessante mostra curata da Enrico Merlin, uno dei massimo conoscitori del trombettista dell’Illinois, è ospitata nel Teatro Valli e questa racconta in modo logico, attraverso la sterminata discografia e attraverso video, fotografie e documenti inediti, la propensione di Davis verso la sfida e il nuovo e prova a sintetizzare la sua proiezione verso un futuro della musica che oggi raccogliamo noi artisti contemporanei.
Perché Davis non è stato solo un grande trombettista ma un architetto musicale geniale in grado di innalzare, nota su nota, grattacieli immensi che si slanciano sinuosamente verso il cielo.

Miles in the Sky, assieme a Filles de Kilimanjaro, è l’album che ha aperto il jazz verso le sonorità del rock segnando ancora una svolta nel cammino della musica afro-americana grazie a un artista che si sentiva profondamente nero.
L’album Kind of Blue invece, che in parte riprenderemo questa sera sul palco dell’Ariosto, ha segnato una volta l’invenzione di un altro “tipo” di jazz che era quello modale basato sull’interplay ma che subito dopo è stato superato da altri successi.
Perché in Davis non è mai mancata la voglia di scolpire la nota attraverso quella imperfezione che lo rendeva totalmente umano.

Una delle tante frasi di Miles contenute nella mostra “Non suonare ciò che già c’è, suona ciò che non c’è” ma quella che ho trovato più interessante e profonda è “I’ll play it first and tell what it is later” che significa più o meno “prima lo suono poi ti dico cos’è”.
Mi ha fatto ricordare la buffa storia dell’artista svizzero Paul Klee che vedendo un bimbo disegnare gli chiese che cosa stava creando. “Non lo so”, rispose il piccolo, “non ho ancora finito…”.

 

 
Commento (1) Trackback Permalink | 7.10.2011
Condividi:

Una risposta a Prima lo suono, poi ti dico cos’è

 
Commenti
 
  1. Roberta scrive:

    Complimenti per tutto quello di cui ci hai reso partecipi in questa settimana da blogger, ma soprattutto complimenti vivissimi per lo splendido concerto che ho avuto l’enorme piacere di ascoltare in radio con un piccolo gruppo d’ascolto che univa varie parti d’Italia e non solo…unite dalla passione per la tua musica.