Il jazz si può insegnare?

Estate 1982. Siena Jazz, saggio in Piazza Tolomei con un manipolo di sardi e con il pianista Enrico Pieranunzi come docente. Alla fine dell’esibizione, con noi tesi come corde di violino, ci disse «bravi, sembrava quasi jazz!». «Quasi jazz» perché al jazz ci si arriva e non è facile.

Ci si arriva con lo studio e con l’ascolto. Lo studio sui libri e l’ascolto dei dischi e dei musicisti che ci piacciono.

 

Io ritornai a casa da Siena con tonnellate di libri e metodi fotocopiati (ancora si poteva) e in pieno agosto mi misi in cantina a fare in su e in giù scale doriche, misolidie e frigie ma dopo una settimana buttai via tutto e mi dedicai all’ascolto dei miei musicisti preferiti e alla trascrizione degli assolo.
Solo dopo ho scoperto che a Cagliari, trecento chilometri dal mio paese e cinque ore di treno con la “Freccia sarda”, c’era un altro manipolo di musicisti che suonava quella musica che mi stava appassionando e lì è nato tutto.

 

Pieranunzi diceva che il jazz non si insegna e infatti dopo qualche anno lasciò i corsi di Siena jazz per dedicarsi totalmente all’attività concertistica e mentre lui stava per abbandonare io stavo diventando parte del gruppo docente degli stessi corsi dove solo qualche anno prima ero stato allievo suonando il “quasi jazz” in Piazza Tolomei.
Da parte mia ero convinto che il jazz non si potesse insegnare ma che si potesse almeno trasmettere una filosofia di pensiero e trasferire in tempo reale tutte quelle informazioni di carattere tecnico (scale, accordi, patterns) che avrebbero accelerato il percorso di crescita. Tant’è che io stesso nel 1989 ho fatto nascere dei corsi nella città di Nuoro.

Davo ragione a Pieranunzi in parte ma allo stesso tempo ero cosciente che per apprendere il jazz bisogna essere predisposti altrimenti non accade niente e dopo venti anni uno arriva a suonare il “quasi jazz” e non è un bel sentire.

 

Uno studio dell’AMI (Associazione Nazionale Musicisti di Jazz) degli anni Novanta quando io ero il vice dell’allora Presidente Giorgio Gaslini individuò in Italia circa 700 scuole di jazz. Il corso di musica Afro-americana nei Conservatori italiani era ancora utopia e i tempi in cui io fui praticamente radiato dal Conservatorio di Sassari perché il mio insegnante scoprì che suonavo la musica del Diavolo non era poi così tanto lontano. Per merito dell’AMI dopo qualche anno il jazz iniziò a entrare timidamente nei Templi della musica classica seppure dalla porta di servizio e oggi è corso stabile pressoché in tutti i Conservatori italiani riscuotendo anche un certo successo e risollevando le sorti di quella Istituzione.

 

Immagino che i corsi di jazz pubblici e privati siano arrivati a un migliaio mentre i musicisti professionisti, sempre più bravi, giovani e preparati, sono sempre di più alimentando un esercito di disoccupati che andranno a insegnare nelle 1000 scuole di jazz creando nuovi musicisti che a loro volta insegneranno e suoneranno poco perché non ci sono possibilità concrete e la concorrenza è notevole. Il problema non è più del jazz o del “quasi jazz” e del fatto che questo si possa insegnare o trasmettere. È che l’Italia è stata declassata di tre gradini. Di certo non è colpa del jazz ma mi sa che Pieranunzi non aveva tutti i torti.

 

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 5.10.2011
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