Da piccolo non volevo fare l’agente

A differenza del professor Tiradritti – che magari voleva fare l’egittologo fin da ragazzino – io da piccolo non volevo fare l’agente letterario, anche perché non sapevo nemmeno che esistesse una simile professione. Perciò, anche crescendo, non mi sono preparato a fare l’agente. Cosa posso dire a chi invece, oggi, non bambino ma diciamo studente universitario vorrebbe intraprendere questa carriera?

Gli ingredienti base dell’agente sono: ottima conoscenza dell’italiano (qui serve aver lavorato in una buona casa editrice almeno quanto se non di più aver fatto un buon liceo e una buona università), lingue straniere quante più sono tanto meglio è (l ‘inglese dev’essere ottimo e poi ce ne sta almeno un’altra di quelle importanti tipo francese, spagnolo o tedesco.. arabo? cinese? evviva!), grande capacità di ascolto e di assorbimento di nozioni e informazioni (per poter rappresentare un autore bisogna non solo leggerlo, ma stare a sentirlo, stare a sentirlo, stare a sentirlo…) e, ovviamente, una certa attitudine di imbonitore, che non deve mancare neppure all’editore, del resto. L’imbonimento – si dirà così? – ha dei limiti: chi esalta allo stesso modo tutti i libri, smette presto di essere credibile.

Un autore che mi proponeva spesso con grande generosità libri mediocri di amici suoi, vedendo che non li prendevo a cuore, un giorno mi disse: “Ma gli agenti non servono proprio per vendere i libri brutti?”.  Era una boutade, ma temo che non pochi lo pensino sul serio.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 25.10.2011
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