Generazione

Joy Division – Love will tear us apart

Arcade Fire – Sprawl II (Mountains beyond Mountains)

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Spazio

Pina

Gordon Matta-Clark

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Rappresentazione

Entr’acte – René Clair

Film  – Samuel Beckett

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Ad esempio a me piace

“Molti che avevano preceduto il proprio tempo, hanno poi dovuto aspettarlo in locali piuttosto scomodi”.
Ho sempre considerato questo aforisma di Stanislaw Jerzy Lec un beffardo destino. In Italia, soprattutto, dove la ricerca, non solo in campo artistico, non ha comoda patria.
Mi viene  ora chiesto di ragionare su questo blog su cosa sia il mio mestiere.
Con la crisi economica e di prospettiva delle istituzioni culturali quale ruolo ha l’organizzatore culturale nella propria comunità e fuori di essa?
Malgrado le incertezze strutturali e la scarsità di risorse pubbliche e private, è prima di tutto un bel mestiere. Se lo si fa con curiosità, rischio, innovazione, desiderio di stupire ed essere stupiti. Non solo dagli artisti ma anche dal pubblico. Per chi, come me, opera principalmente nel campo dello spettacolo dal vivo, le persone in fila alla biglietteria, l’attimo prima che le luci si spengano in sala, gli sguardi, le emozioni e i dubbi sui volti del pubblico danno senso e forza a questo mestiere. Restituiscono alla cultura quel ruolo imprescindibile di infrastruttura sociale che le appartiene. Luogo di felicità condivise e motore di sviluppo, anche economico.
La mia idea di organizzatore culturale risiede nella capacità di mescolare formati e discipline, ma soprattutto nella capacità immensa di scuotere e meravigliare.
E proprio per questo va combattuto un sistema italiano spesso bloccato, chiuso al rinnovamento generazionale, che stenta ad intercettare nuovi linguaggi e nuove pratiche, a pensarsi  in modo positivo nel futuro.
Ogni giorno posterò dei video che sono, in modo del tutto indisciplinato e di certo non esaustivo, i riferimenti culturali della mia visione di contemporaneità. Pensieri e immagini  del mio agire organizzativo e curatoriale. Mappe della mia formazione poetica ed estetica. Derive e approdi. Forse, non solo per me.
Buona giornata.

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Umberto Angelini, curatore e organizzatore culturale, faber blogger da lunedì. Grazie a Fernando Mazzocca

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 19.02.2012
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Chi affolla le mostre affolla anche i musei?

È l’ultimo giorno e mi accorgo che nelle mie confidenze forse ho tralasciato cose importanti e ne ho dimenticate delle altre. Anche se l’essenziale credo di averlo detto.

Non vorrei però dimenticare una delle fasi che più mi hanno coinvolto nel mio lavoro, quando, accettando una sfida nuova ho avuto l’occasione di passare dalla dimensione effimera delle mostre a quella perenne – non so se è proprio il termine giusto – del museo. Questo mi ha fatto riflettere sul rapporto tra le due realtà che, nel proliferare di quello che molti condannano a ragione o a torto come il mostrificio, possono sembrare conflittuali. Chi affolla le mostre, affolla anche i musei? O finisce per trovarli luoghi noiosi, perché sempre uguali e non capaci di rinnovarsi? La verità, che sia positivo o meno, è che allora i musei cercano di inseguire il modello delle manifestazioni temporanee e le mostre servono per attirare nuovo pubblico e far ritornare i propri frequentatori.

In genere i musei, penso a Brera – dove la frequenza di queste iniziative è andata veramente crescendo -, alla Galleria Borghese, che invece allestisce una mostra di grande impegno l’anno, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, al Mart, dove la dimensione delle rassegne temporanee – tutte di grande livello come quelle magnifiche su Modigliani scultore e su Severini – finisce per prevalere sulle collezioni permanenti che vengono disallestite e riallestite, realizzano mostre che valorizzano le opere non esposte, riscattate dai depositi (come nel caso della fortunata serie “Brera mai vista”), o che comunque aiutano a capire meglio la fisinomia del museo. In questo senso le iniziative del Poldi Pezzoli sono state sempre esemplari.

Quando sono stato chiamato nel 2005 a Palermo per realizzare la Galleria d’Arte Moderna che cambiava di sede, passando in uno spazio assolutamente diverso in un’altra parte della città, ho fatto tesoro dell’esperienza maturata in tutti questi anni che mi ha certamente aiutato. Bisognava riflettere sulla natura delle raccolte che, formatesi in certe circostanze, potevano anche apparire disomogenee. La scommessa, penso vinta visto l’apprezzamento che il nuovo museo a cinque anni dalla sua apertura continua a riscuotere, è stata quella di creare un percorso coinvolgente e chiaro perché seguiva la storia delle raccolte, facendo capire perché quelle opere erano state acquistate e quale visione si voleva offrire dell’arte, a livello nazionale e locale, tra Otto e Novecento. Resto convinto che facendosi guidare dalla storia non si sbaglia mai e si capiscano anche quegli aspetti che in primo tempo ci sfuggono o ci sembrano contradditorii. Oggi invece è proprio una corretta dimensione storica quello che si rischia di perdere.

Realizzare nel 2011 le Gallerie d’Italia, il nuovo spazio museale di Banca Intesa SanPaolo a Milano, è stato per me una grande occasione per poter valorizzare dandogli appunto una dignità museale le raccolte dell’Ottocento di Fondazione Cariplo e della stessa Intesa SanPaolo. Il fascino di queste Gallerie, di cui i milanesi si sono subito impadroniti, è quello di raccontare il passato, la città e il territorio, com’erano e non sono più, attraverso l’occhio, lo sguardo degli artisti che, proprio perché ci offre un punto di vista un’interpretazione, è più acuto di ogni altra documentazione, apparentemente più fedele.

Questo è il problema che mi assilla adesso mentre sto lavorando – e la domenica è per me un giorno ideale per riflettere – a una mostra, prevista l’anno prossimo a Forli, sull’arte che è stata al servizio o si è misurata con il Fascismo. Mi affascina tornare, dopo tanti anni, ad argomenti che avevo affrontato nella mia tesi di laurea e che, nonostante mi sia poi occupato d’altro, in realtà non ho mai abbandonato.

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Perché i cataloghi d’arte valgono poco ai fini di un concorso universitario?

Sta per concludersi la settimana e le due mostre su “Il Simbolismo in Italia” a Padova e su Gian Giacomo Poldi Pezzoli a Milano sono ormai disallestite. Rimane un poco di amaro come per tutto ciò che finisce, ma anche la soddisfazione per il loro successo, nonostante si trattasse di due argomenti impegnativi sia per chi li ha affrontati, cercandoli di comunicarli efficacemente, sia per il pubblico chiamato a confrontarsi con qualcosa di nuovo e ad arricchire le proprie conoscenze.

Quelli della casa editrice Marsilio di Venezia, dove ormai sono di casa confortato anche dal fatto che ci lavorano dei miei bravi ex allievi con i quali intendersi è più facile – altri mi hanno sempre aiutato e continuano ad aiutarmi nelle ricerche e nella redazione dei testi -, mi hanno appena informato che il catalogo del Simbolismo, andato esaurito, è sulla via della ristampa. Molto bene. Si sa, le mostre vanno e i cataloghi restano. Per questo cerco di fare in modo che, da una parte, riescano a restituire la fisionomia del percorso espositivo anche a chi la mostra non l’ha vista e farlo ricordare nel caso contrario, ma che, dall’altra, siano dei veri strumenti di approfondimento che rendano conto di quanti studi e riflessioni ci siano state dietro le nostre scelte, ma anche di tutto ciò che nell’esposizione non è potuto entrare e risulta fondamentale per avere una visione ancora più completa.

A proposito, non capisco come mai, secondo quanto mi hanno riferito essendo io da oltre un anno andato in pensione e quindi lontano dall’Università, nelle nuove valutazioni dell’attività di ricerca che si fanno per i concorsi e le cosiddette conferme in ruolo i cataloghi delle mostre vengono considerati meno, o niente affatto, rispetto ad un articolo comparso in una rivista specialistica, o sedicente tale. Mi sembra che a contare sia sempre la qualità e che ad essa non nuoccia, anzi, la comprensibilità. Evidente resiste questa idea aristocratica, o forse solo altezzosa, della cultura.

Certamente per me è stata una palestra fondametale dovermi misurare con diversi tipi di scrittura, anche quella giornalistica, con cui mi confronto da quando collaboro – ho iniziato credo nel 1988 – al Sole 24 Ore, ma pure quella dei comunicati stampa e di tutti gli apparati didattici, dai pannelli di sala alle audioguide, essenziali per una mostra e che, pur nella loro semplicità, devono avere la stessa dignità dei più impegnativi – ma si tratta di due impegni diversi – saggi del catalogo.

Questo non mi ha impedito di conciliare questi impegni con un tipo di produzione più propriamente scientifica che ho cercato di non abbandonare. Credo che il segreto sia quello di portare quanto più dell’una esperienza nell’altra. Anche se sono conscio dei pericoli della dilvulgazione, se diventa banalizzazione e perde la sua dignità didattica, abbassando troppo il livello.

Concluse queste imprese e preparandone altre, cerco di trovare il tempo di tornare al mio lavoro sui testi. Aver frequentato anni e anni un luogo di grande fascino come la Biblioteca Nazionale Braidense, alla ricerca delle fonti più disparate per capire meglio il mio amato secolo, mi ha dato un bagaglio di informazioni in parte convogliate in uno dei lavori di cui continuo ad essere più soddisfatto, il volume dei Classici Italiani della Ricciardi, dedicato agli Scritti d’arte del primo Ottocento, e che continuano a servirmi per identificare e collocare meglio le opere. Ora sto affrontando la riedizione di uno dei testi più importanti per capire Canova e la sua fortuna, il volume intitolato Canova et ses ouvrages ou Mémoires historiques sur la vie et les travaux de ce célèbre artiste pubblicato a Parigi nel 1834 dall’amico di una vita e corrispondente Quatremère de Quincy. Quello come si sa antesignano di tutti i sacrosanti principi di tutela delle opere s’arte. È un’altra tappa di quell’interesse per Canova che mi occupa da sempre, facendo parte del comitato per l’Edizione Nazionale dei suoi scritti e dell’Istituto di ricerca per gli studi su Canova e il Neoclassicismo attivo presso il Museo Civico di Bassano del Grappa la cui Biblioteca conserva il poderoso archivio lasciato dal grande scultore.

A Canova – le esposizioni sulla scultura sono difficili per tanti motivi a cominciare dalla trasportabilità delle opere – ho avuto la fortuna di dedicare alcune delle mostre che mi sono più riuscite, in particolare quella (“Canova l’ideale classico tra scultura e pittura”) tenuta a Forlì nel 2009, dove per farlo capire meglio ho fatto dialogare le sue sculture, i suoi dipinti e i disegni con le opere che l’hanno ispirato e con quelle che da lui sono derivate. Il successo della rassegna sta nel fatto che il pubblico è stato coinvolto in un percorso dimostrativo di come un grande artista sia da considerare per quanto ha saputo reinterpretare il passato e essere stato a sua volta reinterpretato. Un’operazione simile, ancora più ambiziosa, ho fatto per Wildt, di cui la mostra presenta opere mai viste confrontate con noti capolavori con cui dialogano perfettamente. Spero abbia successo, avendo puntato su un artista se pur grandissimo non altrettanto noto al grande pubblico.

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Così Luchino Visconti mi ha aiutato a far rivivere l’Ottocento lombardo

Finirà mai questo gelo? Mi ricorda quello sofferto quando, tanto tempo fa, siamo sempre verso la fine degli anni settanta, quando mi sono sobbarcato lunghi soggiorni sul lago di Como a Tremezzo, stando chiuso giorni e giorni nell’algida bellezza di Villa Carlotta per catalogare, pezzo per pezzo, tutti gli oggetti d’arte e d’arredo in essa contenuti, dai capolavori di Canova e Hayez alle stoviglie che usavano gli ultimi proprietari, prima che la magnifica residenza passasse allo Stato e venisse gestita – peraltro sempre benissimo – come Ente. Erano quegli incarichi che noi giovani studiosi ambivamo ad avere dalle Sovrintendenze, in questo caso quella di Brera, perché ci consentivano di farci le ossa a tu per tu con le opere. Toccarle, misurarle, rivoltarle, guardarle come mai era possibile! Non so quanto quell’indispensabile tirocinio sia ancora in uso, data la scarsità di mezzi di cui ora dispone in ministero dei Beni culturali.

Fu comunque in quell’occasione che incontrai la figura del più illustre tra gli antichi proprietari di quel luogo, Giovanni Battista Sommariva, anche lui un grande camaleonte (il genere evidentemente mi ha sempre appassionato) che ha cercato di rifarsi – e ci riuscì – un’immagine che sembrava irrimediabilmente compromessa dalla sua riprovevole condotta politica, quando governando la Milano delle Repubbliche Cisalpina e Italiana si era arricchito in maniera davvero esagerata, diventando mecenate e collezionista. Fu tanto abile e tenace da entrare in confidenza, e ad avere da loro dei veri capolavori, con i maggiori artisti del suo tempo, Canova innanzi tutto, David, Girodet, Thorvaldsen, Hayez.

Riuscii a far emergere parecchie novità su questo personaggio di cui si era già occupato, si può dire che l’avesse riscoperto, in maniera magistrale Francis Haskell. Per me fu la folgorazione di quanto fosse importante studiare la storia del collezionismo per capire meglio le opere nella loro genesi e nella loro fortuna. Ero particolarmente soddisfatto quando riuscivo a rintracciare dipinti o sculture che erano rimasti presso i discendenti di coloro che li avevano commissionati od acquistati. Ma era altrettanto esaltante, nel caso contrario, seguirne i passaggi e arrivare a scoprire dove erano approdati. Con molta tenacia, e con una certa fortuna, sono riuscito così a ricomporre alcuni ambiti come quello dell’Ottocento lombardo proponendone una nuova visione proprio attraverso le opere che ero riuscito a far emergere.

Questo credo sia stato un ingrediente, forse quello decisivo, del successo delle mie mostre. Gli esperti, ma anche e soprattutto il pubblico ha capito questa diversa immagine che ora emergeva di un secolo per tanto tempo trascurato e frainteso. Riusciva a condividere le mie scoperte.

Banco di prova sono state le mostre che ho fatto a Milano, come quelle di Hayez e di Previati a Palazzo Reale, o di Giuseppe Molteni, incredibile figura di pittore, restauratore e mercante d’arte, al Museo Poldi Pezzoli e al Museo di Milano. Le opere che avevo prima trovato descritte nei giornali dell’epoca, quando passavano alle esposizioni annuali organizzate dall’Accademia di Brera, emergevano ora fisicamente grazie alle fortunate cacce presso i collezionisti o gli antiquari. Possibile che quanto allora era stato tanto ammirato fosse stato poi travolto dalla polvere del tempo?

A sollevare il sipario su Hayez, certamente non dimenticato ma considerato un mediocre testimone di un periodo di irrimediabile decadenza, e su altri protagonisti dell’Ottocento, mi hanno più aiutato le mie frequentrazioni cinematografiche, le passioni letterarie e il melodramma, che non una critica d’arte ancora piena di pregiudizi. La visione di Senso, il capolavoro che allora – er il 1954 – fece scandalo di Luchino Visconti, apriva nuovi orizzonti proprio verso la comprensione di Hayez e della pittura dei Macchiaioli finalmente inseriti in un Risorgimento senza retorica. Ma Visconti è stato anche una lezione per cercare di dare alle mie mostre un respiro narrativo e uno svolgimento scenico, indispensabile per fare dialogare le opere tra di loro e comunicare a chi le guarda le mie intenzioni, il mio modo di interpretare quello che ho proposto.

È fondamentale ricreare attorno alle opere un ambiente, un’atmosfera che rimandi al contesto per cui furono create e dove hanno vissuto.

 
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Non demonizziamo le mostre come prodotto di consumo

Rispetto alla mostra organizzata nel 1978 al Poldi Pezzoli, la mia carriera universitaria era iniziata tre anni prima. Mi ero laureato a Milano nel 1973 con una tesi sulla cultura artistica del Novecento vista attraverso un testimone d’eccezione come Massimo Bontempelli, e, approfondendo un aspetto particolare della mia tesi ho fatto ingresso alla Scuola Normale di Pisa dove sono rimasto come ricercatore per dodici anni. Bontempelli, di cui mi avevano subito affascinato gli strani romanzi metafisici ma ancora di più le originali e modernissime riflessioni sul sistema della cultura di massa, è stato uno scrittore, un intellettuale militante, poi dimenticato o comunque sottovalutato. Anche se ai suoi tempoi era stato importante, addirittura Accademico d’Italia. Come lo scultore Adolfo Wildt, considerato un genio e poi rimosso dalla storia dell’arte italiana – soprattutto ma non solo per i suoi legami, come è avvenuto per Bontempelli, con il Fascismo- sul quale ho potuto finalmente realizzare la mostra ora a Forlì. Spero possa essere visitata quando la città, oggi ancora sepolta dalla neve, uscirà dal suo isolamento.

Si vede che ho sempre avuto una vocazione per i grandi sconfitti, gli artisti dimenticati o sottovalutati. Mi sembrava giusto studiarli, capirli e riportarli all’attenzione di tutti in una giusta luce. Sono convinto che al pubblico – spesso migliore di quanto gli intellettuali con la puzza sotto il naso non pensino – questo interessi molto e che, comunque, risponda agli stimoli che con le mie mostre ho cercato sempre di offrirgli.

Così come siamo soliti alternare, da spettatori, spettacoli impegnati e di evasione, così credo sia anche per le mostre. Il godimento per quelle facili, ma comunque ben fatte, non esclude che ci sia disponibilità a impegnarsi per capire quello che non si conosce. Basta che questo sia presentato con gli strumenti più correti e efficaci. Lo sforzo di rendere i risultati dei miei studi e delle mie scoperte alla portata di tutti mi pare per lo più riuscito e, soprattutto, non credo che questo abbia mai sminuito la loro validità.

L’industria culturale – che lo vogliamo o no – esiste. Non è di per sé un male considerare un libro, una mostra, uno spettacolo anche un prodotto di consumo. Non ha più senso demonizzare, come spesso si vede da tanti nostalgici del buon tempo antico, questi aspetti. Dobbiamo saperci fare i conti, per non escludere una grande fetta del pubblico dalla sfera del sapere.

Quando in quel lontano 1978, l’indimenticabile anno dei tre papi così diversi l’uno dall’altro, feci la mia prima mostra, questi problemi non me li ponevo. Avevo scoperto, scartabbellando le fonti che possono essere di natura più diversa come ci ha insegnato un nuovo modo di fare la storia dell’arte – manoscritti d’archivio, epistolari, cataloghi di veccie esposizioni o di collezioni, libri come periodici d’epoca -, che era esistito tra Sette e Ottocento, un periodo che si stava sostituendo al Novecento nei miei interessi, uno strano artista Giovanni Battista Gigola. Nato a Brescia e vissuto tra Milano, Parigi e il lago di Como. Giacobino, come tanti bresciani, e poi assurto alla corte napoleonica del Regno d’Italia con una parabola comune a molti che mi aveva sempre affascinato dall’avidità con cui da ragazzo – era nel 1964 – avevo seguito un mitico sceneggiato televisivo I grandi camaleonti di Federico Zardi. Beati quei tempi quando sul piccolo schermo per queste storie straordinarie venivano convocati i più grandi attori delle nostre scene, senza che in questo passaggio venissero sminuiti. Anzi.

In un’epoca di cui di quell’arte si era persa quasi la memoria Gigola riportò in onore la difficilissima tecnica della miniatura su pergamena, dove illustrò con un estro prodigioso e assolutamente unico, le meravigliose storie di Boccaccio, di Romeo e Giulietta, ma anche di Byron. Fu inarrivabile anche nella miniatura su avorio e negli smalti con cui produsse ritratti che Ugo Foscolo, che fu contentissimo di farsi ritrarre da lui, riteneva superiori a quelli di artisti più celebrati come Andrea Appiani. Ho cercato, e mi sembra di esserci riuscito, di far capire accostando in quella mostra materiali diversi, dipinti, miniature,stampe, libri illustrati, tutti mai visti, i percorsi culturali e del collezionismo che avevano favorito quello straordinario artista dimenticato.

 
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Prestiti impossibili: la mostra ideale alla prova della realtà

Vedere smontare una mostra, costruita con tanta passione e tanta fatica, mette una grande tristezza, quanta era stata l’euforia e la soddisfazione nei giorni del montaggio, quando le opere che si erano pensate, e ottenute con tanti sforzi, erano state collocate l’una accanto all’altra a comporre quell’idea che ci si era formati nella nostra testa e che adesso si intendeva trasmettere al visitatore.

La preparazione di una mostra è un lavoro lungo e complicato, sicuramente bello, ma anche molto stressante, soprattutto quando non riesci ad avere o fatichi a ottenere i pezzi desiderati. Fortune insperate, dovute anche al recupero in corso d’opera di capolavori inattesi – e mi è capitato più spesso di quanto mi aspettassi -, si alternano a momenti di sconforto. Problematiche scientifiche si alternano, e si devono misurare, con necessità e comunque cose di carattere pratico che non sono meno essenziali per la riuscita. Per uno come me che era uscito dal mondo degli studi, dall’Università, è stata una bella sfida.

Bisognava uscire da una dimensione dove tutto era teoricamente possibile e misurarsi con la realtà delle opere d’arte che non sono sempre movimentabili, per mille ragioni. Per uno che come me conosce bene la storia delle esposizioni in un secolo che ha visto la loro affermazione, come ha dimostrato il bellissimo libro di Haskell The Ephemeral Museum del 2000 (l’edizione italiana di Skira ha un titolo non così incisivo, corretto ma banale La nascita delle mostre), riesce spesso incomprensibile come allora, senza i mezzi di trasporto così sofisticati che abbiamo oggi a disposizione, si movimentassero, e non una sola volta ma da una ribalta all’altra perché bisognava farsi conoscere e vendere, senza timore opere che per le loro dimensioni e la loro delicatezza oggi non oseremmo neanche pensare di chiedere per una mostra.

Mille sacrosanti scrupoli, casse e controcasse, climabox e accompagnatori, verifiche e controverifiche, garantiscono oggi l’incolumità delle opere diventata a volte una vera ossesssione. Non è che voglia portare acqua al mio mulino. Ma quadri, statue e oggetti di ogni sorta hanno sempre viaggiato, come ha dimostrato il libro avvincente di Marco Carminati Il David in carrozza, efficacemente sottotitolato Le avventure di viaggio delle opere d’arte dagli obelischi egizi al boom delle mostre. Vorrei fare almeno il caso, esaminato proprio nella mostra su Gian Giacomo Poldi Pezzoli appena chiusa e alla quale ho collaborato, della monumentale vetrata ogivale, alta ben sei metri, rappresentante il Trionfo di Dante che il suo autore Giuseppe Bertini ha prima esposto nel suo studio e poi mandato a Londra alla memorabile Esposizione Universale di Londra del 1851 dove venne ammirata sotto le volte del Crystal Palace. Ma rimasta invenduta tornò al suo autore che la inviò nuovamente, nel 1865, all’esposizione fiorentina del 1865 per il sesto centenario della nascita di Dante. Poi rientrò a Milano dove venne finalmente acquistata con una sottoscrizione pubblica per essere donata alla Biblioteca Ambrosiana dove oggi si trova. Il magnifico Studiolo Dantesco del Museo Poldi Pezzoli ne conserva una replica di assai minori dimensioni così come il Museo Borgogna di Vercelli. Le troppe, e forse in questo caso eccessive, cautele sulla movimentazione hanno impedito di portare quest’ultimo esemplare a Milano, nella mostra che ho appena citato, per un confronto assai opportuno.

Aver contribuito oggi alla riuscita di questa rassegna, che come altre organizzate da questo straordinario museo giustamente molto caro ai milanesi, ci aiuto moltissimo a capirlo, mi ha portato indietro nel tempo, agli inizi, quando ho avuto la fortuna di realizzare la mia prima mostra, proprio in questo luogo che resta per me magico e pieno di bei ricordi. Parlo dell’autunno del 1978. Mi resterà impresso per sempre. Non feci un giorno, un’ora di vacanza, visto che dovetti scrivere, curatore unico, tutto da solo il catalogo dalla prima all’ultima pagina. E proprio in quei mesi si avvicendarono tre papi. Avevo avuto la fortuna che tre persone d’eccezione, due testimoni come Gian Alberto Dell’Acqua e Lamberto Vitali, e Alessandra Mottola Molfino, che aveva restituito al Poldi Pezzoli il suo prestigio internazionale, accettassero la mia proposta non proprio scontata, quella di dedicare una mostra a un artista minore, quasi del tutto sconosciuto.

 
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